di Massimo Reina
Le storie, di solito, cominciano sempre allo stesso modo. “C’era una volta” è una formula, un amuleto, come le preghiere mormorate da bambini. Ma non tutte le storie sono favole.
Alcune sono fatte di pietra e sudore, di pelle bruciata dal sole e notti senza sonno.
Alcune storie si trovano sotto terra, in fondo a una cava dove nemmeno la luce dei lumi a gas di acetilene basta mai a spazzare via del tutto il buio.
Ed è lì che bisogna cominciare, perché è lì che, in qualche modo, comincia anche questa.
Lo chiamavano “u Scavaturi” e chi non lo conosceva pensava fosse per via della cava, per il piccone e la polvere bianca incollata addosso come una seconda pelle. E invece no, quello era solo un equivoco, una di quelle leggende che crescono da sole, come i fichi d’India sulle scarpate.
Il soprannome non c’entrava niente col lavoro. Era la tavola, il vero teatro delle sue imprese. Santinu Russo, infatti, non scavava solo nella pietra, scavava nei piatti, e con la stessa furia.
A dirla tutta, a Melilli si diceva che avesse lo stomaco più profondo della Pirrera Sant’Antonio. Pane, pasta, uova, quello che c’era: spariva in un lampo.
Tanu, l’amico inseparabile, dopo un paio di bicchieri di buon rosso alla taverna, raccontava sempre la stessa battuta. E la raccontava ridendo ma con una vena di verità che faceva stringere le dita alle mogli: “Sa mugghieri quannu ci porta u piattu sa allestiri a livari a manu i sutta, picchì sennò Santinu si mangia macari chissa” (“Quando la moglie gli porta il piatto con la cena a tavola, se non toglie velocemente la mano rischia che Santinu se la mangi senza neanche accorgersene”).
Una volta, durante la festa di San Sebastiano, la moglie di Tanu lo giurava: gli aveva visto davvero addentare un pezzo di pollo insieme al tovagliolo, senza fare una piega. Un morso secco, e via. Diceva che a pulirgli la bocca col fazzoletto non si trovava più la stoffa.
Il peso del corpo e il peso della cava
Santinu aveva una faccia larga, sempre arrossata, come se il vino gli fosse rimasto incollato nelle guance.
Gli occhi erano due bottoni scuri e lucidi, che si accendevano solo davanti a un piatto fumante.
Non parlava molto, ma quando rideva — e rideva spesso — la sua risata somigliava a uno scroscio di pietre che rotolano giù da un costone.
Portava sempre i pantaloni rimboccati e una camicia sbottonata sul petto peloso, che pareva un tappeto da stendere al sole.
Santinu non aveva mai fiato.
Non perché fosse vecchio, o malato: era giovane, robusto, con braccia da tirare su pietre grosse come vitelli.
Ma il respiro era sempre corto, affannoso, come se l’aria non bastasse mai.
Dicevano che anche quel fiato corto venisse proprio dal suo appetito, che fosse il suo corpo a dirgli: “Basta, non c’è spazio, lascia stare.”
Ma in realtà era “colpa” anche della cava. Al suo interno, volenti o nolenti, era come respirare in una scatola piena di farina. L’aria, nella Pirrera, aveva una consistenza: densa, grigia, sapeva di pietra macinata e di muffa secolare.
Ti entrava nei polmoni come una mano ruvida e ti grattava da dentro.

In alcuni punti il pirriaturi inspirava a scatti, e ogni espirazione era un lamento. A volte, persino un sibilo, come quello di un serpente stanco. Il respiro diventava corto, non perché mancava ossigeno — ce n’era — ma perché mancava il tempo per respirare.
E intanto il piccone saliva.
E scendeva.
TUNK.
Saliva.
Scendeva.
TUNK.
Con ogni colpo, il torace si contraeva come un mantice. I muscoli intercostali tremavano, le costole scricchiolavano piano come vecchie travi sotto il peso del mondo.
Sotto la pelle bruciata, tirata, sporca di calcarenite, sembrava un ballo.
Ma non era una danza bella. Era una danza antica. Una taranta del dolore.
Ogni picconata non era solo un atto meccanico: era una guerra tra volontà e biologia.
Le mani erano due zolle. Dure. Callose.
Ogni piega del palmo raccontava una ferita, un’infezione, una stagione di fatica.
Le nocche sporgevano come piccole montagne, e tremavano, ma non mollavano.
Il piccone era parte del braccio. Il braccio parte del corpo. Il corpo parte della cava.
E la cava… la cava parte del destino.
I muscoli tiravano, si tendevano, si spezzavano — ma non del tutto. Si ricucivano da soli, come tessuto vivo che si rammenda in tempo reale. Eppure, ogni tanto, un crampo li colpiva come un fulmine. Un dolore acuto, improvviso. Un grido che saliva dalla gamba, si arrampicava sulla schiena, e moriva nella gola, perché nella pirrera non si urla. Si stringono i denti. E si continua.
C’era una voce, da qualche parte dentro di lui, che diceva: “Respira ancora. Solo ancora. Poi puoi fermarti.”
Ma è una bugia.
Non c’èra mai una pausa vera. Solo respiri brevi, rubati. Come sorsi d’acqua rubati alla sete, come l’ombra di un ulivo a mezzogiorno d’agosto.
Non tutte le pietre sono state sollevate. Non tutte le voci hanno smesso di sussurrare. La cava aspetta ancora, ci vediamo la prossima settimana.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elencati qui di seguito:
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

