di Massimo Reina
All’inizio, quando sei giovane, pensi che sia un mestiere come un altro. Pensi che basti imparare a usare il piccone, a sollevare i blocchi, a leggere le venature.
Ti illudi che basti la forza.
Ma la pietra non si lascia dominare. Ha i suoi umori, le sue lune.
È viva — o quantomeno, è morta da così tanto tempo da essersi scordata di esserlo.
“Ha una pelle porosa, che sembra dura ma che a volte si sgretola tra le dita come ricordi d’infanzia.
Ha vene che scorrono invisibili, come quelle nei polsi di un vecchio. Ha un cuore — e solo i più esperti sanno dov’è, come si tocca, come lo si apre senza farla urlare”, gli diceva sempre il suo amico Franco, prima che una polmonite se lo portasse via.
Tra pietra e cielo
Con il tempo Turi aveva imparato che la pietra non era nemica.
Ma neanche amica.
Era qualcosa di più sottile: una testimone.
Una memoria.
Ogni taglio, ogni spacco, ogni graffio che lasci è una frase incisa nella carne di un essere muto.
E lei, in cambio, si prende qualcosa da te.
Ti prende l’udito, perché il rumore ti martella nelle orecchie finché il silenzio diventa assordante. Ti prende le mani, che diventano callose, annerite, irriconoscibili, come zolle di terra viva. Ti prende il sonno, perché la notte sogni ancora le pareti bianche e lucide, sogni i crolli, sogni le grida. Ti prende la schiena, le ginocchia, i sogni.
Eppure resti, giorno dopo giorno.
Perché quando hai scavato pietra per dieci, venti, trent’anni, non sei più solo un uomo.
Sei un mezzo-fossile. Un frammento della cava.
Alla fine, il legame tra uomo e pietra è un amore muto, fatto di gesti ripetuti. Come due amanti che si conoscono a memoria, e non hanno più bisogno di parlare.
Il pirriaturi sa che morirà prima di finirla, quella cava.
Sa che un giorno la pietra si prenderà anche lui.
Forse lo coprirà. Forse lo seppellirà. E forse, quando tutto sarà finito, rimarrà solo il suono di un colpo a vuoto.
Un’eco. Un nome inciso male su una parete di roccia.
Allora, ogni tanto, nel silenzio della cava, qualcuno cantava.
Un canto storto, strascicato, come i canti dei minatori gallesi o dei neri nei campi di cotone.
Era un modo per non impazzire. O forse per impazzire meglio.

Un giorno, un ragazzo nuovo era entrato nella pirrera.
Aveva diciotto anni, si chiamava Carmelo, e aveva ancora gli occhi pieni di domande.
“Ma com’è che si lavora qua?” aveva chiesto. Turi non aveva risposto. Gli aveva solo mostrato le mani.
“Queste ti parleranno meglio di me,” aveva detto. E il ragazzo aveva capito.
La cava Sant’Antonio non era solo un luogo.
Era un tempo che non finiva.
Un ventre che non ti partoriva mai. E i pirriaturi erano figli mai nati, condannati a scavare il proprio sepolcro con amore.
Sì, perché c’era anche amore in quella fatica.
L’amore per la terra, per i compagni, per il gesto antico che nessuna macchina potrà mai capire.
Un amore storto, come la schiena di Turi, ma pur sempre amore.
Quando usciva dalla Pirrera, il sole lo accecava.
Stavolta non era come la mattina. Non quella luce esitante, quasi colpevole, che non acceca e non benedice.
Quella si limitava a insinuarsi appena, come un ladro timoroso di farsi scoprire.
No, questa volta era invadente, tagliente, senza pietà, e lo costringeva a strizzare gli occhi, a restare sospeso tra l’ombra della cava e il bagliore del mondo fuori.
Turi doveva chiudere gli occhi e aspettare che il mondo tornasse a fuoco.
E ogni volta gli sembrava più piccolo, più spento.
Ma poi sentiva il vento, e il vento sapeva di limone, di pane caldo, di famiglia che lo aspettava.
E allora capiva che era ancora vivo.
Per oggi.
Il sole scende, il paese si tace, ma nella cava il tempo non dorme. Ci ritroveremo lì, tra ombre e pietra, la prossima settimana.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elecanti qui di seguito:
- La città di pietra
- La storia di Giuvanni ‘u Zoppu
- I cufuneddi spetrari
- U celu supra a Pirrera
- La storia di Vastianedda
- La madonna dell’acqua
- La storia di Turi
- La goccia e il pendolo
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.
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