di Massimo Reina
Si dice che le pietre della Pirrera conservano memoria. E che se ci passi accanto nel tardo pomeriggio, quando l’aria si fa spessa e la luce diventa miele, ti pare ancora di sentire il ritmo lento dei colpi, la nenia di un vecchio che intona una canzone senza parole, e un bambino che ride, oppure piange , ma sotto, sotto, nel ventre della terra. È il passato che non smette di parlare. Come scriveva Pavese: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli. Sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo”.
Ecco, la Pirrera è questo: non solo un luogo, ma un archivio di pietra e polvere, una memoria che continua a respirare anche quando nessuno la ascolta più.
E forse è proprio per questo che ci si torna, anche senza saperlo. Anche solo a guardare. Perché dentro quella cava c’è qualcosa che appartiene a tutti, a chi ci ha lavorato, certo, ma anche a chi non c’è mai entrato, a chi non sa nemmeno pronunciare bene la parola pirrera. È il peso specifico dei luoghi che hanno visto vivere la gente davvero, non in modo decorativo. Luoghi dove il corpo ha faticato, dove le mani hanno sanguinato, dove qualcuno ha avuto paura e qualcun altro ha visto cose che non si possono spiegare.

Come Peppi Nicotra, che giurò di aver visto la Madonna dentro la pirrera. Bisogna dirlo subito: Peppi non era il tipo. Non andava a messa, non si scopriva il capo davanti alle edicole votive, bestemmiava con la stessa naturalezza con cui altri dicevano buongiorno. La fede, per lui, era roba da femmine e da vecchi. La pietra era reale. Il sudore era reale. Il salario — quello scarso, quello incerto — era reale. Il resto erano storie.
Eppure, un giorno scese nella Pirrera come tutte le mattine, con la sua mazza e il suo silenzio, e quando risalì era un altro uomo. Disse di aver visto una donna bianca, bianca come le pareti, vestita di vento e silenzio, che lo guardò dritto in faccia e gli disse: “Torna a casa, Peppi. Tuo figlio sta morendo.” E lui, che era ateo e bestemmiatore, mollò tutto e corse su. Il bambino aveva avuto una crisi, ma si salvò. Da allora, Peppi non lavorò più. Ogni mattina, si sedeva sul bordo della cava a fumare, guardando il vuoto.
“Ci su cosi ca nun si ponnu spiegari,” diceva. E scuoteva la testa. Piano, come si scuote la testa davanti a qualcosa di troppo grande per essere contenuto nelle parole.
Che fosse vero o no, non importa. O meglio: importa meno di quello che sembra. Perché i luoghi come la Pirrera non hanno bisogno di essere spiegati — hanno bisogno di essere ascoltati. E chi ci lavora dentro, giorno dopo giorno, nell’odore di roccia bagnata e buio antico, finisce per portarsi a casa qualcosa che non è polvere e non è stanchezza. Qualcosa che non ha nome, ma che pesa.
Il libro di pietra
Le pareti della Pirrera Sant’Antonio, in effetti, non sono mute. Ma non per i motivi che dicono i più superstiziosi — quelli che abbassano la voce quando ci passano davanti, che si fanno il segno della croce senza sapere bene perché, per abitudine antica, per quella paura di fondo che i siciliani portano nel sangue come un secondo sale. No. A saperle guardare da vicino, quelle pareti parlano in modo più semplice, più ostinato, più umano. Conservano una piccola storia silenziosa fatta di scritte, nomi, numeri, segni incisi nella roccia dai loro custodi, i cavatori. Con un chiodo, un attrezzo scheggiato o un pezzo di carboncino, lasciavano tracce di sé: misure dei blocchi da tagliare, date scandite dal tempo, simboli che oggi sembrano misteriosi, ma che allora erano soltanto appunti rapidi. A volte un nome, una sigla, una croce. Piccoli graffi nell’oscurità, che resistevano più della voce e più del fiato.
È come se quelle scritte fossero un filo invisibile: il tentativo ostinato di dire “io sono stato qui”, in un mondo sotterraneo dove il lavoro inghiottiva i giorni e l’unica certezza era la pietra. Ci sono perfino curiosi epitaffi elettorali di vari schieramenti politici, come l’invito a sostenere la candidatura al Senato, durante le elezioni del 1948, del concittadino Giambattista Rizzo, o semplici modi di dire. E così, mentre la cava custodisce il silenzio dei secoli, quelle incisioni restano: piccole luci di memoria, ferite gentili che ancora respirano dentro la roccia.

Ci fu un vecchio pirriaturi — nessuno ricorda più il nome, o forse nessuno vuole ricordarlo, che è un’altra cosa — che scrisse una frase con la punta di ferro su un muro della cava, proprio vicino a dove venne visto l’ultima volta Sariddu, e dove si dice ci sia ancora la sua cuppulidda, abbandonata nell’ombra come un punto interrogativo di stoffa. Un cappelletto consunto, di quelli che gli uomini portavano sempre in testa, estate e inverno, come se toglierselo fosse cedere qualcosa di sé al mondo. Lì, su quel muro che odora di muschio e di anni, la punta di ferro aveva tracciato:
“Cu spacca a petra, spacca puru u cori. Ma sulu ccu u cori, a petra si fa cristiana.” (Chi spacca la pietra, si spacca anche il cuore. Ma solo col cuore, la pietra diventa umana.)
Ora quella scritta è coperta dalla muffa, dalle ragnatele, dal tempo— quel tempo che in Sicilia non passa mai del tutto, si accumula invece negli angoli come polvere di zolfo, come memoria non sciolta. Ma ogni tanto, qualcuno entra. Ragazzini, magari, o turisti. E dicono che quando la luce filtra dalle crepe, sembra proprio di leggere quelle parole. Come se la pietra le sussurrasse ancora, piano piano, a chi ha orecchie buone. Perché la cava è viva. E i pirriaturi non sono mai davvero andati via.
Non chiudere le orecchie ai sussurri del vento tra le rocce: la storia ha ancora molte pietre da sollevare. Ci vediamola prossima settimana.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elencati qui di seguito:
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

