di Massimo Reina
C’erano giorni in cui il sole non arrivava mai dentro la Pirrera Sant’Antonio. La luce filtrava come un’idea lontana, riflessa sulle pareti di calcare bianco. C’era l’odore. Quello sì. Un odore acre di umidità, sangue rappreso e roccia. E il silenzio… quel silenzio pesante come una cappa da forno. Solo i colpi degli uomini lo rompevano, come il battito lento di un cuore che non voleva smettere.
Non era un lavoro per uomini impazienti. Prima del taglio, si scavavano le trinche, quei solchi profondi come ferite; poi si picconava dentro, con cura, con metodo, per delineare il cuore del calcare. Dopo venivano i cugni: cunei di legno che, una volta bagnati, si gonfiavano piano, aprendo la pietra con crepe precise, dritte come sentenze. L’estrattore arrivava per ultimo, quasi sempre in silenzio. Usava uncini, mazze, scalpelli, e una pazienza che sembrava venire da un altro secolo. I blocchi, una volta liberati, venivano sollevati con gli argani di legno: scricchiolii, corde, sudore. Poi si squadrava, si separava la pietra buona dagli scarti, si lavava via il fango.
Infine si levigava. Un gesto antico e dolce, quasi una carezza. I blocchi finivano accatastati sul pianoro, in attesa di essere caricati sui carramatti. Prima li trainavano i buoi, poi vennero i muli. Infine, le ruote d’acciaio: rumorose, veloci, inesorabili. L’inizio di un’altra era. Ma il respiro della cava, quello, era sempre lo stesso. Profondo. Sordo. Immobile.
Come un rituale
La fatica non era solo nei muscoli. Entrava perfino nei sogni.
Una volta, a quindici anni, Turi si era addormentato in piedi.
Era successo davvero. Con la fronte appoggiata alla roccia, come se volesse abbracciarla.
Dormire, per lui, era quasi un obiettivo ambito: un lusso raro, conquistato solo tra le pause di una giornata che consumava braccia e schiena prima ancora di entrare nell’adolescenza. La madre diceva sempre che evidentemente aveva sonno accumulato dalle vite precedenti.
Turi sognava sempre la stessa cosa: un campo di grano.
Immenso.
E lui a correre. Scalzo. Nessun rumore, nessun piccone, solo il fruscio delle spighe.
Ma quando si svegliava, aveva sempre la bocca impastata di polvere, e un dente in meno.
Solo che quella volta era stato diverso: si trovava a mare, il corpo immerso, le mani leggere come piume.
Poi una goccia gli era scivolata tra le sopracciglia e gli aveva aperto un occhio.
Non era mare.
Era sudore.
Caldo, acido, colava lento come un serpente cieco.
Il sudore dei pirriaturi era un fiume che scorreva al contrario. Nascendo dalla fronte, si faceva strada tra i peli ispidi, scivolava sull’arco dell’occhio, indugiava un attimo come per guardare il mondo da quella posizione nuova, e poi correva giù sul naso, si buttava nell’incavo tra le labbra e il mento, e cadeva sul petto bruciando come limone sulle ferite. E ce n’erano, di ferite. Aperte, nascoste, dimenticate.
Non era sola. Intorno a lei, altre gocce si formavano come soldati in trincea, ma lei era la prima. La pioniera. Nascevano appena sopra l’attaccatura dei capelli, in quel punto della fronte dove la pelle era lucida come l’interno di una conchiglia, e pulsavano, microscopicamente, ad ogni battito del cuore. Si staccavano a fatica. All’inizio erano solo perle tremolanti, incerte se restare o lanciarsi giù.
Poi un colpo di piccone — TUNK! — scuoteva la carne e decideva per loro.
Le gocce scorrevano.
Scendevano lungo le tempie, tracciando solchi nella polvere che si era incollata alla pelle.
Lì, in quelle fessure sottili, raccontavano la giornata. Portavano con sé l’odore salmastro del sale, un pizzico di paura, e un sapore amaro che sapeva di ferro, fatica e vecchi ricordi.
Ogni tanto si fermavano, bloccate da un pelo, da un piccolo rilievo cutaneo, da una ruga scavata dal sole e dal tempo. E ripartivano.
Piano, come se avessero tempo da perdere. Ma il tempo, lì dentro, era una bestia senza ali, che non volava, non correva. Strisciava. Come loro. Poi arrivavano al mento. Ci ballavano sopra per un istante, oscillavano — sinistra, destra, ancora sinistra — poi cadevano nel vuoto. Non facevano rumore quando toccavano il terreno. Ma nel cuore dei pirriaturi, il suono era quello di un tamburo.
O il dong di un orologio a pendola. Almeno per Turi.
Un’altra goccia andata.
Un’altra ora passata.
E mentre scavava, mentre spaccava la roccia con la stessa forza con cui avrebbe voluto spaccare il destino, Turi pensava. Pensava a sua madre che gli raccontava la storia del martire, di Sant’Antonio che aveva sfidato il fuoco con la preghiera. Ma lui, Turi, pregava poco. E se pregava, lo faceva bestemmiando. “Signuri, fa ca dumani a petra sia chiù tenera. O fa ca sia iu a essiri chiù duru.”
Il sole cala sul paese, ma nella cava le ombre hanno ancora da parlare. Ci ritroviamo lì la prossima settimana.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elecanti qui di seguito:
- La città di pietra
- La storia di Giuvanni ‘u Zoppu
- I cufuneddi spetrari
- U celu supra a Pirrera
- La storia di Vastianedda
- La madonna dell’acqua
- La storia di Turi
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

