di Massimo Reina
Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’odore della polvere da sparo sostituì quello della pietra appena tagliata. Le ampie sale della Pirrera Sant’Antonio, scavate nel ventre della collina, furono impiegate dalla Regia Marina Italiana come deposito di mine e siluri. Ma con lo sbarco Alleato sulle coste siciliane durante l’Operazione Husky, la situazione cambiò radicalmente: il 12 luglio 1943, le truppe d’avanguardia del 2º battaglione del reggimento Wiltshire dell’8ª Armata britannica occuparono la cava e l’abitato sovrastante.
Tommy Ashford aveva diciannove anni e tremila chilometri di nostalgia sulle spalle. Seduto all’imboccatura della Pirrera, con la schiena appoggiata alla pietra calcarea ancora tiepida del sole siciliano, guardava di fronte e immaginava il mare al di là della campagna, che brillava in lontananza. Lo stesso mare che aveva attraversato, stipato nella pancia di una nave, con lo stomaco rivoltato e il cuore in gola. Lo stesso mare che lo separava da casa, da sua madre, dai prati verdi del Wiltshire dove solo un anno prima aiutava suo padre con le pecore.
15 luglio 1943: tremila chilometri da casa
La guerra. Che parola assurda. Lui non odiava nessuno. Non conosceva nemmeno l’italiano prima di arrivare qui. E adesso si trovava a millecinquecento chilometri da Salisbury, con un fucile tra le mani e l’ordine di bonificare una cava piena di esplosivi che avrebbero potuto spedirlo a pezzi in qualsiasi momento. “Perché?” si chiedeva, mentre accendeva una sigaretta con mani che ancora tremavano leggermente. “Perché devo morire qui, in un posto che non ho mai visto prima, per una guerra che non capisco?”.
Dietro di lui, nelle viscere della Pirrera, i suoi commilitoni lavoravano con cautela metodica, spostando casse di mine e siluri tedeschi e italiani. Ogni movimento era un rischio calcolato. Ogni respiro poteva essere l’ultimo. Ma Tommy aveva chiesto il permesso al sergente di prendersi cinque minuti. Solo cinque minuti per ricordare com’era essere vivo, e non solo sopravvivere.

Il primo giorno nella cava, Tommy si era aspettato un semplice deposito. Invece era entrato in una cattedrale. Le volte altissime scavate nella pietra calcarea si perdevano nell’ombra. I pilastri naturali, lasciati dagli scalpellini per sostenere il peso della collina soprastante, sembravano colonne di un tempio antico. La luce filtrava da alcune aperture in alto, creando fasci dorati nella penombra polverosa. Era maestoso. E terribilmente pericoloso: ogni angolo nascondeva casse di mine e siluri, eredità letale della Regia Marina italiana.
“Incredibile, vero?” disse una voce accanto a lui. Tommy si voltò. Era il caporale Jenkins, un gallese che aveva già fatto la campagna del Nord Africa. “Non avevo mai visto niente del genere,” ammise Tommy. “Un vecchio del paese mi ha raccontato,” continuò Jenkins, “che questa cava è stata scavata per secoli. Centinaia di persone ci hanno lavorato, generazione dopo generazione. Vedi quelle pareti? Quella pietra bianca ha costruito mezzo barocco siciliano. Chiese, palazzi, cattedrali. L’hanno estratta pezzo per pezzo, blocco per blocco.”
Tommy passò una mano sulla parete. La pietra era liscia e puntellata, quasi calda sotto i polpastrelli. Poteva immaginare gli scalpellini al lavoro, i colpi ritmici dei martelli, le voci che rimbombavano sotto le volte. Secoli di sudore e fatica. Secoli di creazione. Che avevano rapito il suo commilitone, John Worsley, un artista di guerra incaricato dal War Artists Advisory Committee (WAAC) di documentare con il suo lavoro lo smaltimento del materiale bellico dentro la Pirrera da parte delle forze britanniche.

La Sicilia era tutto ciò che il Wiltshire non era. Arida dove la sua contea era verde. Calda dove casa sua era umida e nebbiosa. Le case qui erano fatte di pietra bianca che accecava sotto il sole, non di mattoni rossi e ardesia grigia. Gli uomini parlavano con le mani, gesticolavano, gridavano anche quando non erano arrabbiati. Le donne vestivano di nero, sempre, come se fossero in lutto permanente per qualcosa che Tommy non riusciva a capire.
Eppure…
Eppure c’era qualcosa di familiare in questa terra straniera.
Il giorno prima, una vecchia signora – così piccola e curva che sembrava fatta della stessa pietra della cava – era uscita da una delle case del paese. Tommy e altri due soldati stavano montando la guardia. Lei li aveva guardati con occhi scuri e profondi come pozzi, poi era rientrata senza dire una parola. Tommy aveva pensato che fosse andata a chiamare qualcuno, che forse ci sarebbero stati problemi.
Invece era tornata con tre arance. Tre arance dorate come piccoli soli. Le aveva messe nelle loro mani con un gesto che non aveva bisogno di traduzione: “Mangiate. Siete ragazzi. Avete fame”.
Tommy aveva quasi pianto. Non per le arance – anche se erano le più dolci che avesse mai assaggiato – ma per quel gesto. Per quella gentilezza assurda in mezzo all’assurdità della guerra. Quella donna aveva probabilmente perso qualcuno. Forse un figlio, un marito. Forse i tedeschi le avevano portato via tutto. Eppure aveva guardato tre soldati stranieri, invasori della sua terra, e aveva visto solo tre ragazzi affamati.
La storia vola via come polvere di pietra: non perderti la settimana prossima il nuovo capitolo, tra paese e cava, tra luce e ombra.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elencati qui di seguito:
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

