di Massimo Reina
I Pirriaturi li vedevi la mattina presto, quando il sole non era ancora un sole ma una riga arancione sul collo dell’Etna.
Scendevano dalla collina in silenzio, zitti come condannati, con la giacca appoggiata sulla spalla e le mani già sporche di calcare prima ancora di toccare gli attrezzi. La pietra ti marchiava anche nel sonno.
Ti entrava sotto le unghie, nei sogni, nel respiro. E non ti lasciava più.
Giuvanni ‘u Zoppu, ad esempio, tossiva polvere anche quando rideva. Aveva un riso secco, spezzato, come il ramo d’un mandorlo durante il gelo di gennaio. “A pirrera,” diceva, “è comu ‘na fimmina: t’accarezza e poi ti pigghia. E si ti pigghia, nun ti lassa cchiù.”
Era una “bestia”, quella cava, nel senso di durezza, forza, ma i pirriaturi non erano da meno: uomini curvi, con mani come radici e occhi pieni di calce.
La sfidavano ogni giorno, come una battaglia continua, contro la roccia, contro la fame, contro le giornate troppo uguali.
Il tempo, là sotto, aveva un altro ritmo: fatto di colpi, pause, imprecazioni e respiri affannati.
Ogni picconata si ripeteva da secoli.
Nessuno ricordava quando fosse iniziata quella danza di fatica e pietra.
Ma tutti sapevano che avrebbe continuato, fino alla fine del fiato, perché la cava non dimentica: trattiene gli echi, custodisce i nomi, scolpisce la memoria degli uomini che l’hanno sfidata e che, nel silenzio delle sue viscere, le hanno lasciato un pezzo di vita.
Si scavava a testa bassa, col piccone come una preghiera ripetuta, fino a far sanguinare le mani.
Gli occhi stretti, per cercare di mettere a fuoco una scena appena illuminata da piccoli lumini artigianali (un barattolo, un po’ d’olio, uno stoppino tagliato con il coltello) a causa dei quali il buio sembrava vivo quanto la luce.
La fiamma tremolava e faceva danzare le ombre sulle pareti che sembravano più antiche della pietra stessa.
Ombre grandi e sproporzionate, giganti che li fissavano mentre loro tagliavano blocchi perfetti come fosse geometria sacra.
Alcuni lasciavano il proprio nome inciso su una parete, come Giuvanni, con la punta del piccone o con un pezzo di carbone.
Un modo per dire: “Io sono stato qui. Questa pietra l’ho strappata io”.
Altri, invece, non lasciavano niente.
Solo polvere.
Solo silenzio.
Nessuno parlava, e se lo faceva era quasi sempre per impartire un ordine o indicare qualcosa.
Raramente si fischiettava. Solo il rumore delle punte, dei ferri, del respiro, come un metronomo impazzito nel cuore della terra.
La Pirrera, un formicaio umano
La Pirrera Sant’Antonio era come una città nascosta dentro la città, un mondo parallelo che respirava nel ventre della roccia.
Un microcosmo di uomini, ognuno al proprio posto, come in un formicaio brulicante o, se si vuole usare un’immagine più solenne, come gli ingranaggi di un antico orologio che non smetteva mai di battere il tempo.
C’erano i lividdari (livellari), che avevano la concessione di sfruttamento di una porzione di cava dall’ente minerario. Per loro la pietra non era peso, ma rendita.
Sotto di loro i puntiggisti (ponteggisti) sembravano figure prese in prestito da un sogno febbrile, uomini che intrecciavano legno e corda come ragni giganti, solo che i ragni non sudano, e loro sì.
Salivano anche fino a quindici metri per creare impalcature che gemevano sotto il peso, cantando canzoni che solo loro sapevano interpretare.
I furatùra (foratori) aprivano la pietra a ritmo di respiro mentre la polvere bianca si alzava e danzava nell’aria come l’anima della calcarenite che moriva per rinascere palazzo.
Dietro di loro, i disgaggiatùri (disgaggiatori) staccavano giganti di diverse tonnellate con cunei e mazze, ma con la delicatezza di chi sfoglia un libro antico, perché la pietra ha memoria e non perdona gli errori. Giuvanni ‘u Zoppu, che bestemmiava più della mazza che brandiva, era uno di loro.
Non perdeva occasione per brontolare contro i livellari, e ogni volta che staccava un blocco con la mazza, borbottava: “A iaddina fa l’ovu e o’ iaddu ci abbampa u culu…” e allora calava il colpo, preciso come una sentenza.
E i compagni ridevano amaro. Sapevano bene cosa significava: la fatica era loro, ma il guadagno finiva altrove.

Quando i blocchi cadevano liberi, entravano in scena macchinisti e i traspurtatùri (macchinisti e trasportatori). “A petra voli essiri trattata comu ‘na signura,” spiegava Mastru Pippinu, mentre spingeva un carico di qualche tonnellata, “cu rispettu e cu pazienza.”
Poi toccava ai scarpiddaturi o scappiddini (scalpellini), che rifinivano la pietra con le loro dita sapienti, carezzando ogni superficie fino a renderla liscia come seta, mentre i squatraturi (squadratori) tracciavano linee dritte come preghiere, dando forma definitiva ai blocchi.
Nell’ombra, i manutintùri (manutentori) si muovevano come fantasmi benefici, con mani che sapevano riparare ciò che il tempo rompeva.
E c’erano gli addetti alla messa in sicurezza, immobili come sentinelle, gli occhi che seguivano ogni movimento, ogni gesto, ogni respiro sbagliato.
Ai margini del cantiere, gli smaltitori liberavano la cava dai suoi umori più amari, acque e fanghi che scivolavano via come lacrime di fatica.
Infine, nel pianoro dove la pietra incontrava il cielo, stuccaturi e caricaturi (stoccatori e caricatori) completavano il rito: uomini che sollevavano blocchi come fossero piume, danzando intorno ai giganti di calcarenite prima di affidarli ai carri che li avrebbero portati lontano, verso destini di marmo e eternità.
Gli scarti di pietra venivano raccolti e trasformati in un miscuglio di sabbia e calce.
Questo compito gravava spesso sui bambini, detti cufuneddi spetrari.
Però “cu voli sapiri, aspetti”: di questo argomento parleremo la prossima settimana nel terzo episodio di Cunta la Cava. Nel frattempo, se volete leggere la prima puntata potete farlo seguendo questo link.
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

