di Massimo Reina
Tra le rocce scure, dove gli oleandri crescevano storti e l’aria sapeva di muschio e ombra perenne, scorreva un rivolo d’acqua che non si decideva mai se andare o restare. Pigro, antico, carico di tutto quello che la terra teneva nascosto.
Vastianedda ci arrivava quando il sole era ancora una promessa rosa all’orizzonte, con i secchi che le battevano sui fianchi magri a ogni passo. Il sentiero lo conosceva meglio delle preghiere della domenica: ogni sasso, ogni radice affiorante, ogni punto dove l’argilla scivolosa poteva tradirti e farti cadere con tutto il carico. Il sole continuava a picchiare, e le ombre si accorciavano sempre di più, ma Vastianedda non aveva fretta.
Sapeva che la vita, come i panni stesi al vento, ha i suoi tempi, e che la bellezza si nasconde spesso nei dettagli più piccoli: nel modo in cui l’acqua scorre tra le dita, nel profumo del bucato pulito che si asciuga al sole, nella soddisfazione silenziosa di un lavoro fatto bene.
Il rumore sordo dei picconi che colpivano la roccia si fermava sempre quando la vedevano arrivare.
Prima uno, poi l’altro, poi tutti insieme, come un’orchestra che smette di suonare al cenno del direttore.
Per loro era come una benedizione, un attimo di tregua dal calore che li divorava minuto dopo minuto, ora dopo ora, consumandoli lentamente come candele lasciate accese in una giornata di vento.
“Vastianedda!” le gridavano dalla Pirrera quando i primi operai che caricavano la pietra la vedevano arrivare davanti alla cava. “L’acqua, presto!”.
E lei correva.
Sempre.
Con quei secchi o la brocca che pesavano come pietre tombali, con la schiena che protestava e i polmoni che bruciavano. Correva perché fermarsi significava pensare, e pensare significava rendersi conto di quello che stava accadendo al suo corpo, alla sua vita, ai suoi quindici anni che ne dimostravano trenta.
Quando finalmente oltrepassava la bocca della Pirrera, i pirriaturi la guardavano con una gratitudine mista a pietà.
Quindici anni, tra polvere e bellezza
Ma qualcuno, i più giovani soprattutto, la guardavano diversamente.
Perché sotto la polvere di pietra che le imbiancava la pelle, sotto il fazzoletto logoro che teneva raccolti i suoi splendidi capelli corvini, Vastianedda nascondeva una bellezza che neanche la fatica riusciva a cancellare.
Aveva occhi neri come pozzi profondi, intelligenti e taglienti, che sapevano leggere i pensieri degli uomini prima ancora che aprissero bocca. Una bellezza selvatica, fatta di lineamenti aristocratici che raccontavano di sangue antico, di stirpi che un tempo avevano posseduto terre invece di servirle.
Qualcuno le allungava una crosta di pane, qualcun altro un soldo bucato, e qualcun altro ancora sguardi che lei intercettava e rimandava al mittente con un’occhiata glaciale. Lei prendeva il pane e i soldi senza sorridere, senza ringraziare.
Non per cattiveria, ma perché le parole erano un lusso che non poteva permettersi.
Le servivano tutte per la sera, quando doveva raccontare ai fratelli piccoli le storie che sua madre non poteva più raccontare.
E perché aveva imparato presto che la sua bellezza poteva essere tanto una benedizione quanto una maledizione, in un mondo in cui le belle ragazze povere potevano finire per perdere molto più dell’innocenza.

C’era qualcosa di antico in quella fatica quotidiana, qualcosa che affondava le radici in generazioni di donne piegate sotto lo stesso peso.
Vastianedda lo sentiva nelle ossa, quel legame invisibile con tutte quelle che erano venute prima di lei.
Le madri che avevano portato acqua, pane, speranza. Le figlie che erano diventate madri troppo presto.
Ma c’era anche qualcos’altro. Una fiamma piccola ma tenace che le ardeva in petto, alimentata da ogni goccia d’acqua che riusciva a portare a destinazione senza versarla.
Una fierezza selvatica che non sapeva spiegare, ma che la teneva dritta quando tutto il resto del mondo sembrava piegarsi.
“Vastianedda è forte come un uomo,” dicevano le altre donne del paese. E lei fingeva di non sentire, perché sapeva che non era vero. Non era forte come un uomo.
Era forte come una “donna” che non ha scelta, e quella è una forza diversa.
Più profonda. Più tagliente.
La sera, quando tornava a casa con i secchi vuoti, si fermava un attimo davanti al pozzo del cortile vicino.
Si guardava riflessa nell’acqua scura, e per un momento vedeva ancora la bambina che era stata.
Poi il riflesso si increspava, portato via dal vento che scendeva dalle cave, e restava solo Vastianedda.
La portatrice d’acqua. La donna-bambina che reggeva un mondo troppo grande per le sue spalle.
Ma lo reggeva. Ogni giorno.
Un secchio alla volta.
La storia scivola tra le mani come polvere di pietra: non perderti la settimana prossima il nuovo capitolo, tra paese e cava, tra luce e ombra.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elecanti qui di seguito:
- La città di pietra
- La storia di Giuvanni ‘u Zoppu
- I cufuneddi spetrari
- U celu supra a Pirrera
- La storia di Vastianedda
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

