di Massimo Reina
La gente di Melilli era povera. Lo vedevi nelle case, nei vestiti, nelle mani callose e nei piedi scalzi dei bambini. Eppure erano ricchi di qualcosa che Tommy aveva dimenticato esistesse: umanità.
Nei giorni successivi lo aveva capito meglio in tanti piccoli grandi gesti.
Un vecchio che aveva indicato dove c’era acqua fresca. Una bambina che gli aveva sorriso da dietro una gonna rattoppata. Un contadino che aveva fatto segno a Tommy di entrare nell’ombra di un ulivo, quando il sole di mezzogiorno era così feroce che sembrava voler sciogliere anche i pensieri.
C’era stato anche quell’uomo, due giorni prima. “Straniero”, ma non come Tommy — in un altro modo. Un americano che parlava siciliano con i vecchi del paese, e inglese con gli ufficiali, e in entrambi i casi sembrava dire cose diverse da quelle che le parole significavano. Si chiamava Max, o almeno così lo chiamavano. Aveva gli occhi di chi conosce ogni pietra di quel posto, anche se non ci tornava da anni. Si erano incrociati in piazza San Sebastiano, un attimo solo — Max scendeva, Tommy saliva — e l’uomo gli aveva posato una mano sul braccio, brevemente, senza dire niente. Come se sapesse già tutto quello che Tommy stava portando dentro.
Una sera, mentre aiutava a trasportare l’ultima cassa di esplosivi fuori dalla Pirrera, Tommy aveva pensato al sergente Williams, che era morto sulla spiaggia durante lo sbarco. Ventidue anni. Una pallottola nel petto.
Era caduto nell’acqua bassa e il mare l’aveva cullato, avanti e indietro, come fosse un bambino.
Tommy l’aveva visto e aveva continuato a correre, perché era questo che dovevi fare: continuare a correre mentre i tuoi amici morivano.

Williams veniva da Manchester. Aveva una fidanzata che si chiamava Lily.
La portava sempre nel taschino, la sua fotografia, accanto al cuore.
Chissà se Lily sapeva già. Chissà se stava piangendo, in questo preciso momento, mentre Tommy fumava una sigaretta all’imboccatura di una cava siciliana.
Che senso ha? pensò Tommy, guardando il tramonto che dipingeva di rosso la pietra calcarea.
Che senso ha tutto questo?
Non trovava risposte. Solo domande che si accumulavano come la polvere sugli stivali, e il tramonto che continuava a bruciare come se non gliene importasse niente.
22 luglio 1943
Era passata più di una settimana. Il lavoro alla Pirrera continuava, lento e pericoloso. Ma Tommy aveva imparato qualche parola di italiano: pane, acqua, grazie, buongiorno. Parole semplici, ma che aprivano porte. Sorrisi. Cenni di intesa.
Un pomeriggio, mentre pattugliava le strade polverose del paese, aveva incrociato uno dei vecchi che aveva visto il primo giorno. L’uomo stava seduto davanti a casa sua, con un bastone tra le mani nodose. Quando Tommy era passato, il vecchio aveva alzato lo sguardo e aveva detto qualcosa in dialetto che Tommy non aveva capito. Ma poi aveva fatto un gesto: aveva portato la mano al petto, poi l’aveva estesa verso Tommy.
Il cuore. Stava indicando il cuore. Tommy aveva sorriso. Aveva fatto lo stesso gesto. E per un momento – un momento brevissimo ma prezioso – non erano un soldato inglese e un contadino siciliano. Erano solo due uomini che riconoscevano l’umanità l’uno nell’altro.
Quella sera, seduto di nuovo all’imboccatura della Pirrera con le spalle contro la pietra che aveva visto secoli di storia, Tommy tirò fuori dalla tasca la lettera di sua madre che aveva ricevuto quella mattina. L’aveva letta cinque volte già, ma la lesse ancora.
“Caro Tommy, qui tutto procede. Tuo padre dice che le pecore stanno bene e che quest’anno avremo un buon raccolto di lana. Miss Peterson dal villaggio ti manda i suoi saluti. Dice che quando torni ti farà la sua famosa torta di mele. Noi preghiamo per te ogni sera. Torna a casa presto, figliolo. Ti vogliamo bene.”

La nostalgia gli strinse la gola come una mano. Casa. I prati verdi. La pioggia dolce. L’odore del pane che sua madre faceva il sabato mattina. Il rumore familiare delle pecore. Il suono delle campane della chiesa la domenica. Eppure, mentre piegava la lettera e la rimetteva in tasca, Tommy pensò alla vecchia signora con le arance. Al vecchio con il bastone. Alla bambina che sorrideva. A questa terra aspra e generosa, povera ma ricca di cuore.
Forse la guerra era assurda.
Forse non aveva senso essere qui, a tremila chilometri da casa, a rischiare la vita per ragioni che nessuno sapeva spiegare bene.
Ma in mezzo a tutta questa follia, c’era ancora questo: la gentilezza di estranei.
Il riconoscimento che sotto le uniformi, oltre le lingue diverse, c’erano solo persone.
Solo cuori che battevano con la stessa paura, la stessa speranza.
Tommy guardò il cielo che si tingeva di viola.
Domani avrebbe finito il lavoro alla Pirrera.
Poi avrebbe marciato verso nord, verso altre battaglie, altri pericoli.
Forse sarebbe tornato a casa. Forse no.
Ma stanotte, in questo momento sospeso tra la guerra e la pace, tra casa e l’esilio, sentiva qualcosa che somigliava alla gratitudine. Per la pietra calcarea che gli sosteneva la schiena. Per il mare che brillava in lontananza. Per questa terra straniera che gli aveva insegnato che l’umanità sopravvive anche quando tutto il resto crolla.
Si alzò, spolverò la polvere dai pantaloni, e rientrò nella Pirrera.
C’era ancora lavoro da fare. Mine da spostare. Una guerra da combattere.
Una vita da non sprecare.
Ma quella sera, nei suoi sogni, Tommy camminò nei prati verdi del Wiltshire tenendo in mano un’arancia dorata siciliana.
E sua madre sorrideva.
Tommy Ashford è un personaggio di fantasia, ma rappresenta i tanti giovani soldati che passarono per Melilli durante l’estate del 1943. Ragazzi lontani da casa, spaventati, che trovarono in questa terra e nella sua gente un momento di umanità in mezzo alla follia della guerra.
A testimoniare quegli eventi sono le illustrazioni di John Worsley, un artista di guerra incaricato dal War Artists Advisory Committee (WAAC), che documentò anche lo smaltimento del materiale bellico dentro la Pirrera da parte delle forze britanniche. I suoi acquerelli, preziosa testimonianza storica, sono oggi conservati presso l’Imperial War Museum di Londra e il Royal Museum di Greenwich.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elencati qui di seguito:
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

