di Massimo Reina
A Melilli il sole non sorge sempre con la stessa decisione. Per alcuni si leva con forza, quasi con arroganza, come se volesse spaccare in due la notte. Per altri, invece, sembra arrancare dietro l’orlo delle colline, come un vecchio malato che si trascina giù dal letto controvoglia, consapevole che la giornata non porterà nulla di buono. Giusto un chiarore, sufficiente per ricordarti che sei sveglio, che sei vivo, e che devi ricominciare a consumarti a picconate, un colpo alla volta.
È, come diceva qualcuno, che la vita non finisce in un’esplosione ma in un lamento: lì, tra le pietre, tu eri quel lamento, e ogni colpo lo amplificava. Turi Sciuto, detto “U Lupu”, si svegliava ogni mattina con le mani che pulsavano prima ancora degli occhi. Non erano mani, quelle. Erano zolle d’argilla indurite, storte, tagliate e rinate mille volte. Le unghie spezzate come gusci di lumaca, i calli che si erano fatti così spessi che se ci avesse inciso il nome di suo padre ci sarebbe rimasto per sempre.
Quindici anni, tra polvere e bellezza
Mani che non toccavano: si appoggiavano, schiacciavano, afferravano. Mani che non accarezzavano più nemmeno la fronte di sua figlia. Mani che parlavano da sole, come vecchie testarde che non hanno mai finito di raccontare la guerra. Lo chiamavano “il lupo” non per cattiveria, ma perché negli occhi aveva la stessa fame nera del lupo in inverno. Fame di rispetto, fame di terra, fame di aria che non puzzasse di polvere e sudore. E quando si muoveva nella cava, con la schiena piegata e il respiro basso, pareva davvero un lupo che raspa nel buio, cercando un varco da cui uscire.
Alla Pirrera Sant’Antonio si entrava come in chiesa, ma il dio che vi abitava non era misericordioso. Era un dio cieco e sordomuto, fatto di pietra viva, che ti guardava morire giorno dopo giorno e ti lasciava fare. Cava dopo cava, cunicolo dopo cunicolo, a scavare il barocco dal ventre dell’Inferno per decorare i palazzi dei santi. Turi ci lavorava da quando aveva tredici anni. Ora ne aveva cinquanta, ma non lo sapeva con certezza.
La pietra ti ruba il conto dei giorni. Ti rimangono solo le crepe sulle mani, i denti mancanti, e il modo in cui il fiato si ferma a metà schiena quando scendi il primo gradino nella grotta. Il suo piccone aveva un manico lungo quanto il suo braccio, levigato dal sudore e dalle bestemmie. Ogni mattina, alle cinque, lo stringeva come si stringe un rosario. Due colpi leggeri. Uno forte. Due leggeri. Uno forte. Era il ritmo che aveva imparato da suo padre, e prima ancora da suo nonno. Un ritmo antico come i morti.
La storia vola via come polvere di pietra: non perderti la settimana prossima il nuovo capitolo, tra paese e cava, tra luce e ombra.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elecanti qui di seguito:
- La città di pietra
- La storia di Giuvanni ‘u Zoppu
- I cufuneddi spetrari
- U celu supra a Pirrera
- La storia di Vastianedda
- La madonna dell’acqua
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

