di Massimo Reina
La Pirrera osservava. Taceva, ma osservava. Perché lì, in quel buco bianco che sembrava un osso scavato, c’era qualcosa che respirava. Non una cosa viva, ma qualcosa di antico.
E i cavatori lo sentivano.
Lo percepivano come si percepisce un brivido sulla pelle quando qualcuno ti fissa alle spalle: senza prove, senza ragione, ma con la certezza di chi sa che c’è.
Non sapevano come spiegarlo. Non era aria, non era vento. Era come una voce senza voce.
Un cuore, forse.
Bianco. Bianco come la calce, caldo come un ventre materno.
Era paura? Suggestione?
O semplicemente l’effetto di un luogo così enorme da farti sentire minuscolo, con angoli che non finiscono mai e ombre che non se ne vanno nemmeno a mezzogiorno?
Le cave sono fatte così: stimolano la mente, ti tirano fuori storie che non pensavi di avere dentro.
Fai un passo, e giuri di aver visto un gigante che sbuca da dietro un blocco di pietra.
Ne fai un altro, e sei sicuro che lo spirito di un pirriaturi morto l’anno prima ti stia osservando.
Poi giri lo sguardo, e tra il buio e il tremolio di un lumino vedi figure astratte che si agitano, come anime intrappolate dentro le venature della roccia. I “dottori” la chiamano pareidolia, ovvero la tendenza istintiva e automatica della mente umana a ricondurre forme disordinate, casuali o naturali a oggetti o figure familiari, solitamente volti umani o animali.
Sariddu il “migrante”
La Pirrera era viva. E lo sapevano tutti, anche quelli che giuravano il contrario, ed era affamata di memoria: si nutriva dei segni lasciati, dei racconti, delle date incise. Ogni graffio sul muro era come un boccone, un ricordo che entrava a far parte della sua carne di pietra.
Ogni colpo di piccone che i pirriaturi davano, era come un battito dentro di lei.
La pietra gemeva piano, senza ribellarsi. Si lasciava ferire, ma
Conservava dentro le sue pareti nomi, misure, iniziali storte, date che ora sono diventate cicatrici.
Erano i segni degli uomini, ma erano anche il suo modo di parlare. Chi entrava lì dentro portava con sé il respiro della vita di sopra, e lo lasciava in cambio della polvere bianca che lo copriva tutto: i capelli, i vestiti, perfino i pensieri.
La Pirrera lo assorbiva, come fa il mare con il sale.
Eppure non era ostile. Era una madre severa: ti dava pane se le davi sudore, ti dava pietra se accettavi di lasciarle qualcosa di tuo — il tempo, la giovinezza, la pelle delle mani.
Forse è per questo che, se resti in silenzio abbastanza a lungo, ti sembra ancora di sentire un respiro.
Non è vento, non è eco: è la voce antica della cava che continua a custodire tutto ciò che le è stato consegnato.
Un archivio vivo, un ventre che non smette mai di ricordare.
Si racconta — ma i vecchi negano, o ridono — che di notte si sentano ancora le voci.
Non quelle degli uomini, ma quelle delle pietre.
Che sussurrano i nomi dei dispersi, quelli che non tornarono mai a casa.
“Alfio,” dice la roccia. “Calogero.” “Nunzio.”
Nomi comuni, da paese. Nomi scolpiti nella pietra e nel ricordo.
C’era uno, un ragazzo che chiamavano Sariddu, che un giorno sparì. Semplicemente, non tornò su.
“Forse è scappato a Torino, a lavorare in fabbrica,” dissero. “Forse s’è fatto prete.”
Ma la madre, la signora Rosa, portò il pane caldo alla bocca della cava per un anno intero.
“Mangia, figghiu miu,” diceva all’imboccatura. E la cava restituiva solo silenzio.
Ogni giorno, quando Rosa portava il pane, i pirriaturi si ritrovavano nella loro angoscia silenziosa.
Alcuni lasciavano cadere uno sguardo furtivo verso la madre, vedendo la sua fede ostinata e quasi folle, mentre altri si sforzavano di voltare le spalle, mormorando preghiere incomprensibili tra un colpo di piccone e l’altro.
Si parlavano di Sariddu come di un fantasma già in mezzo a loro: “Se non torna, vuol dire che la cava lo ha voluto… lo spirito della cava,” dicevano tra sé, e la parola spirito sembrava materializzarsi tra i blocchi di pietra, frusciando tra le loro mani callose.
E così la paura si insinuava lenta, come polvere tra le ossa.
I più superstiziosi portavano amuleti, piccoli sassi benedetti, sigilli invisibili contro l’ignoto.
I giovani ridevano a denti stretti, ma nei loro sogni la faccia di Sariddu ricompariva, distorta dalla luce delle torce, a fissarli dal fondo di una fessura mai vista.
Qualcuno, a volte, giurava di sentire un passo tra le ombre della cava, leggero, come se Sariddu stesse tornando a camminare tra i sassi e il sudore.
Ma nessuno, mai, osava chiamarlo per nome.
E il cappello, testimone muto, restava lì, piegato sul bordo di un baratro invisibile, mentre la cava respirava il suo silenzio, e le leggende nascevano come funghi nella polvere.
Non chiudere le orecchie ai sussurri del vento tra le rocce: la storia ha ancora molte pietre da sollevare. Ci vediamola prossima settimana.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elencati qui di seguito:
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

