di Massimo Reina
C’è un’ora, in cava, che non ha nome. Non è più notte e non è ancora giorno — è quel momento sospeso in cui la luce sembra pensarci su, prima di decidersi a esistere. È in quell’ora che i pirriaturi arrivano, uno dopo l’altro, con i loro passi pesanti sulla terra bianca di polvere di calcare, e il rumore dei loro attrezzi che sbattono contro la schiena è l’unica musica che la valle conosce.
Chiamarla semplicemente “cava” è come chiamare “acqua” il mare. La Pirrera di Sant’Antonio non è un buco nella terra. È una bocca aperta da centinaia di anni, che qualcuno, nessuno ricorda più chi, ha deciso di continuare a scavare, generazione dopo generazione, come se dentro quella bocca ci fosse qualcosa che valeva la pena cercare. O qualcosa che aspettava di essere liberato.
I vecchi del paese dicono che la pietra ricorda. Che ogni colpo di piccone lascia un segno non solo sulla roccia, ma anche nell’uomo che lo dà. Dicono che dopo vent’anni di cava, un pirriaturi non cammina più come un uomo qualsiasi: cammina come chi porta dentro di sé un pezzo di montagna, e quel pezzo, con gli anni, comincia a pesare.
La pietra ti guarda. Ti giudica. Ti pesa
Nessuno lo dice ad alta voce, ma tutti lo sanno: la cava prende. Prende la schiena, le mani, il fiato. E qualche volta — raramente, ma qualche volta — prende anche qualcos’altro. Qualcosa che non si vede a occhio nudo, e che si scopre mancare solo quando è ormai troppo tardi per andarlo a cercare.
Santino lo sapeva. Lo sapeva da quando aveva sei anni e suo padre lo aveva portato per la prima volta sull’orlo della cava, tenendolo per la collottola come si tiene un gatto che potrebbe scappare, e gli aveva detto: “Talìa. Talìa bono. Chista è to matri, ora. Chista ti dava a manciari.” Questa è tua madre, adesso. Questa ti dà da mangiare.
Aveva sei anni, e non aveva capito. Ma la pietra, quella sì che l’aveva capito. La pietra aveva aspettato. E aspetta ancora, oggi, mentre Santino solleva il piccone per l’ennesima volta in trent’anni di cava. Aspetta con quella pazienza minerale che nessun uomo potrà mai avere, perché lei ha tutto il tempo del mondo, e lui no. Il colpo scende. Il metallo incontra la roccia con un suono secco, quasi un morso. E per un istante, un istante che dura quanto basta a far trattenere il ,non succede niente. Poi la pietra si apre.

Il momento più strano, quasi spettrale, è dopo. Quando la pietra si è spezzata, il colpo è passato, e rimane solo l’eco. Un’eco che si incolla ai muri della cava come una preghiera recitata a bassa voce… A volte pare che la cava risponda. Che dica: “Mi hai ferito. Ma ti concedo questo pezzo.” Il pirriaturi rimane fermo.
Ascolta.
E nel rumore che si ritira, nel vuoto lasciato da quella spaccatura, può sentire qualcosa di strano.
Come il battito del proprio cuore. O il nome del padre.
O il suono di una chitarra lontana, suonata in una notte estiva che non tornerà.
Il legame tra il pirriaturi e la pietra… non è solo fatto di fatica.
Non è solo lavoro, sudore, e bestemmie ingoiate.
È una relazione intima, torbida, viscerale, più profonda di molte storie d’amore e più costante di qualsiasi fede.
Perché chi entra in cava — la Pirrera di Sant’Antonio, nella valle secca e spaccata come una lingua screpolata d’estate — non lavora soltanto la pietra: ci parla,
ci litiga, ci dorme sopra, ci lascia pezzetti di sé.
Non tutte le pietre sono state sollevate. Non tutte le voci hanno smesso di sussurrare. La cava aspetta ancora, ci vediamo la prossima settimana.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elencati qui di seguito:
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- La città di pietra
- La storia di Giuvanni ‘u Zoppu
- I cufuneddi spetrari
- U celu supra a Pirrera
- La storia di Vastianedda
- La madonna dell’acqua
- La storia di Turi
- La goccia e il pendolo
- I custodi dell’eco
- Tra due mari
- Lettere dalla Pirrera
- Fra superstizione e fede
- L’uomo che parlava con la pietra
- La storia di Santinu u scavaturi
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.
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