di Massimo Reina
Carmelo Battaglia, Carmeluzzu per sua madre, soldato semplice matricola 624189 per l’esercito, scoprì cosa fosse davvero il freddo il 16 dicembre del 1942, sul fiume Don, quando l’Armata Rossa scatenò l’inferno e il termometro segnava trentadue gradi sotto zero.
Non era il freddo di Melilli, quello delle mattine di gennaio quando andava alla Pirrera e si metteva le mani sotto le ascelle per scaldarle. Non era il freddo che conosceva, che rispettava, che sapeva affrontare con un paio di guanti, un bicchierino di buon vino e una picconata veloce. Questo era un freddo diverso. Un freddo che non perdonava. Un freddo che entrava nelle ossa e ci restava, che ti mangiava da dentro come un verme che rosicchia la legna. Un freddo che uccideva.
Lo capì quando vide Peppe Caruso – quello di via Garibaldi, il figlio del ciabattino – accasciarsi nella neve senza un grido, senza una parola, come se qualcuno gli avesse semplicemente spento la luce dentro. Gli si avvicinò, lo scosse, gli urlò in faccia. Niente. Peppe aveva gli occhi aperti, fissi sul cielo grigio-bianco che sembrava fatto di piombo. Ma era già morto. Il freddo se l’era preso in tre minuti. Forse meno.
Tre minuti, pensò Carmelo. Il tempo di dire un’Ave Maria e sei finito.

Era partito da Melilli nell’estate del ’41, con il primo contingente del CSIR. Aveva diciannove anni e credeva ancora che la guerra fosse quella cosa che raccontavano al cinema, con le divise stirate e le bandiere e la gloria. Sua madre lo aveva abbracciato sulla porta di casa – un abbraccio lungo, troppo lungo, come se volesse imprimerselo nella pelle – e gli aveva detto: “Torna presto, Carmeluzzu.” E lui aveva annuito, aveva sorriso con quel sorriso storto che aveva da bambino, e aveva detto: “Torno presto, mà.”
Bugiardo. Si era scoperto bugiardo senza volerlo.
Il viaggio in treno era durato giorni. Attraverso l’Italia, attraverso l’Austria, attraverso terre che non conosceva e di cui non sapeva nemmeno i nomi. Poi la Polonia. Poi l’Ucraina. E poi, finalmente, la Russia. Una parola che non significava niente per un ragazzo di Melilli che fino all’anno prima lavorava alla cava e la sera mangiava pasta e fave seduto al tavolo con sua madre.
Russia. Una distesa infinita di niente. Campi piatti fino all’orizzonte, villaggi fatti di legno marcio e fango, strade che non erano strade ma solo solchi nella terra. E il cielo. Quel cielo enorme, sconfinato, che ti schiacciava come se Dio ti stesse guardando dall’alto e si stesse chiedendo cosa diavolo ci facevi tu lì.

Il primo inverno era stato duro, ma sopportabile. Avevano conquistato Stalino, avevano tenuto le posizioni, avevano resistito alla controffensiva russa. I tedeschi dicevano che l’anno dopo avrebbero vinto, che Mosca sarebbe caduta, che la guerra sarebbe finita. Carmelo ci credeva perché doveva crederci, perché l’alternativa era pensare che tutto quello – il freddo, la fame, la paura, i compagni morti – non servisse a niente.
Scriveva lettere a sua madre.Brevi, censurate, piene di bugie. “Sto bene, mà. Qui fa freddo ma ce la caviamo. Penso sempre a te. Penso a Melilli. Penso a te, a tutti voi, al caldo, alle belle serate seduti davanti casa. Ti abbraccio forte”.
Non le diceva del freddo vero, quello che ti faceva venire voglia di piangere. Non le diceva della fame, di come lo stomaco si torcesse su se stesso dopo giorni con solo una minestra d’acqua e patate marce. Non le diceva di Tanu Marchese che urlava “Mamma, mamma” mentre moriva con mezza faccia portata via da una scheggia.
Non glielo diceva perché una madre non deve sapere queste cose. Perché una madre che aspetta ha bisogno di speranza, non di verità.
La furia dell’Armata Rossa
L’estate del ’42 arrivarono i rinforzi. Altri due corpi d’armata, compreso quello degli alpini. Carmelo li guardò sbarcare dai treni – ragazzi giovani, puliti, con gli occhi ancora pieni di quello stupido entusiasmo che lui aveva avuto un anno prima – e pensò: Poveri disgraziati. Non sanno ancora.
Formarono l’ARMIR. Duecentotrentamila uomini. Un esercito intero mandato a morire nella steppa russa per supportare i tedeschi. Perché Mussolini voleva la sua fetta di gloria, perché non poteva permettere che Hitler vincesse da solo, perché la politica è fatta da uomini in giacca e cravatta che muovono bandierine su una mappa e mandano i figli degli altri a congelare.

Li schierarono lungo il Don. Un fiume largo, lento, che d’estate era solo acqua marrone e d’inverno diventava una lastra di ghiaccio così spessa che ci potevi far passare un carro armato. Dovevano tenere la posizione. Supportare l’attacco tedesco a Stalingrado. Resistere.
Carmelo scavò la sua trincea nella terra gelata. La scavò con le mani che gli sanguinavano, con le unghie che si spezzavano come gusci di lumaca, con il piccone che pesava come un macigno. Scavare. Sempre scavare. A Melilli scavava la pietra, in Russia scavava il ghiaccio. Stessa fatica, stesso ritmo. Due colpi leggeri. Uno forte. Due leggeri. Uno forte. Il ritmo che gli aveva insegnato suo padre quando era bambino, quando pensava che scavare fosse solo un lavoro e non una condanna.
A novembre arrivò la prima offensiva russa.
L’operazione Urano.
Travolsero le armate rumene, accerchiarono i tedeschi a Stalingrado. Le notizie arrivavano frammentarie, distorte, ma tutti lo capivano: stavano perdendo. I russi non erano quei contadini male armati che la propaganda descriveva. Erano un’orda infinita, ben equipaggiata, abituata al freddo, e soprattutto incazzata. Incazzata perché i tedeschi e gli italiani avevano invaso la loro terra, bruciato i loro villaggi, ucciso le loro famiglie.
Carmelo la vide negli occhi, quella rabbia, la prima volta che catturarono un soldato russo. Un ragazzo giovane, forse più giovane di lui, con la divisa grigia e lo sguardo di chi sa che morirà ma vuole portarsi qualcuno con sé. Lo guardò e capì: Lui difende la sua casa.
Io cosa sto difendendo?
La risposta era: niente. Stava difendendo niente. Stava morendo per un’idea che non gli apparteneva, in un posto che non era suo, per ordini dati da uomini che non lo conoscevano e a cui non importava se viveva o moriva.
Tra gelo e morte: operazione Piccolo Saturno
Il 16 dicembre arrivò l’inferno.
Carmelo si svegliò all’alba – o forse era ancora notte, non si capiva più, il cielo era sempre lo stesso grigio denso – con il suono delle cannonate che facevano tremare la terra. L’operazione Piccolo Saturno. I russi attaccavano il Don.
L’artiglieria sovietica era qualcosa che non si poteva descrivere. Non era come nei film, non era come te lo immaginavi. Era un rumore continuo, sordo, che ti entrava nel cranio e ci restava anche quando smetteva. Era la terra che esplodeva, che si alzava in fontane di fango e neve e pezzi di uomini. Era il mondo che finiva pezzo per pezzo.
Carmelo si rannicchiò nella trincea con il fucile stretto al petto. Le mani gli tremavano. Non per la paura – quella era diventata un rumore di fondo, sempre presente, come il freddo – ma per il freddo stesso.
Le dita erano così intorpidite che non riusciva a sentire il grilletto. Soffiò sulle mani, le strofinò, le mise sotto le ascelle. Niente. Era come se non fossero più sue.
Se devo sparare, pensò, come faccio se non sento più le mani?L’attacco russo fu una marea. Non c’è altro modo per descriverlo. Una marea di uomini in divisa grigia che avanzavano nella neve, urlando qualcosa che Carmelo non capiva ma di cui intuiva il senso. Ura! Ura! Il grido di guerra dell’Armata Rossa. Il grido di chi sa che vincerà.
Sparò. Sparò finché ebbe munizioni. Caricò, sparò, caricò, sparò. Accanto a lui i compagni facevano lo stesso. Meccanico, automatico, senza pensare. Perché se pensi, se ti fermi un secondo a riflettere su cosa stai facendo – su chi stai uccidendo, su perché lo stai uccidendo – ti fermi e muori.
Vide un russo cadere a dieci metri da lui. Un altro a cinque.
Un altro ancora che arrivò fino al bordo della trincea prima che qualcuno gli sparasse in faccia.
Il sangue si congelava istantaneamente sulla neve. Rosso brillante per un secondo, poi scuro, poi nero.
Ma non bastavano. Non bastavano mai. Per ogni russo che cadeva ne arrivavano altri dieci. Altri cento. Altri mille. Dove li prendevano? Come facevano ad averne così tanti?
Perché questa è casa loro, pensò Carmelo con lucidità improvvisa. E noi siamo solo invasori che muoiono lontano da casa.

La marcia dei senza nome
L’ordine di ritirata arrivò nel pomeriggio. O forse era sera. Non c’era più differenza. Il tempo si era fermato, era diventato solo un susseguirsi di esplosioni, urla, morte.
“Ritirata! Tutti indietro! Ritirata!”
Carmelo uscì dalla trincea. Le gambe non lo reggevano bene. Le aveva tenute piegate troppo a lungo, il freddo le aveva irrigidite. Ogni passo era una tortura. Ma doveva muoversi. Doveva andare.
La colonna di soldati italiani si mise in marcia verso ovest. Verso casa. Verso quella promessa lontana, impossibile, di salvezza. Ma la steppa russa è infinita, e l’inverno russo non perdona, e i russi inseguivano.
Il freddo fu il primo nemico. Più dei russi, più della fame, più della fatica.
Il freddo che ti entrava nei polmoni e li bruciava. Il freddo che ti congelava le ciglia, che ti faceva lacrimare gli occhi e poi ti congelava anche le lacrime. Il freddo che ti rubava il fiato, che ti faceva venire voglia di sdraiarti nella neve e dormire, solo dormire, perché tanto era tutto inutile.
Carmelo vide uomini cadere ogni ora. Alcuni si accasciavano e non si rialzavano più. Altri si fermavano, si sedevano, dicevano: “Vado a riposarmi un attimo” e restavano lì, congelati, con gli occhi aperti che fissavano il niente.
Nessuno li aiutava. Non c’era tempo, non c’erano forze. La colonna andava avanti e chi rimaneva indietro moriva.
Semplice. Brutale. Giusto.

Il terzo giorno di ritirata, Carmelo perse gli scarponi.
Non li perse letteralmente – quelli restavano ai piedi – ma perse la sensibilità dei piedi. Non li sentiva più. Era come se camminasse su due ceppi di legno, su due pezzi morti attaccati alle caviglie. Sapeva cosa significava. Lo aveva visto succedere ad altri. Congelamento. I piedi si congelavano, diventavano neri, e poi o te li amputavano o morivi di cancrena.
Ma per l’amputazione bisognava arrivare da qualche parte. E lui non era sicuro di arrivarci.
Pensava a sua madre. Pensava sempre a sua madre. Era l’unica cosa che lo teneva in piedi. L’unica cosa che aveva ancora senso.
La vedeva seduta davanti alla finestra, quella finestra che dava sulla strada principale di Melilli, quella finestra da cui lo aveva guardato partire. La vedeva con la camicia di lui tra le mani – quella camicia vecchia, scolorita, che lui amava perché era comoda, perché sapeva di casa. La vedeva che respirava quella camicia, che cercava il suo odore, che piangeva senza fare rumore.
“Perdonami, mà, pensava. Perdonami perché ti ho mentito. Perdonami perché non torno. Perdonami perché sto morendo in un posto che non conosci, per una guerra che non è la nostra, per un’idea in cui non credo più”.
Il “soldatino” di legno
Il quinto giorno – o forse il sesto, aveva perso il conto – la colonna si fermò. Davanti a loro c’era un villaggio. O quello che restava di un villaggio. Case bruciate, muri crollati, neve sporca di cenere.
“Ci fermiamo qui,” disse il tenente. Un uomo di Catania, più vecchio di loro, con gli occhi scavati e la barba incrostata di ghiaccio. “Cercate riparo. Riposiamo due ore.”
Due ore. Come se due ore potessero cambiare qualcosa. Come se due ore potessero salvarli.
Carmelo entrò in una delle case meno distrutte. C’era ancora un angolo del tetto. Dentro faceva forse due gradi in più che fuori. Non molto, ma abbastanza per sentire la differenza.
Si sedette contro il muro. Chiuse gli occhi. Solo un minuto. Solo per riposare.
Sognò.
Sognò di essere alla Cantra, la fiumara, con sua madre e suo padre. Aveva dieci anni e portava il cavallino di legno in tasca, quello che lo zio Peppino gli aveva intagliato. L’acqua sapeva di ferro e terra bagnata. Sua madre riempiva l’otri, lui guardava le pietre levigate dall’acqua e pensava che un giorno sarebbe diventato forte come quel soldatino.
“Mamma,” le disse nel sogno, “quanta strada ancora?”
E lei rispose, come aveva sempre risposto: “Poca, Carmeluzzu, poca.”
Ma era una bugia. Lo sapeva anche nel sogno. La strada era infinita. La strada non finiva mai.
Quando riaprì gli occhi, erano passate più di due ore. Fuori era buio. O forse no. Forse era solo la vista che gli si annebbiava.
Si alzò. Le gambe non rispondevano bene. I piedi erano due blocchi di ghiaccio. Ma doveva andare. La colonna era ripartita. Doveva raggiungerla.
Uscì dalla casa. La neve cadeva fitta, spinta dal vento che ululava come un animale ferito. La colonna non si vedeva. Solo impronte nella neve. Impronte che si riempivano velocemente di neve fresca.
Cominciò a camminare. Un passo. Un altro. Un altro ancora. Ogni passo era una vittoria. Ogni passo era un dolore lancinante che partiva dai piedi congelati e saliva fino alla schiena.
Devo andare avanti. Devo tornare a casa. L’ho promesso. L’ho promesso a mamma.
Ma le promesse, a volte, sono solo parole. E le parole si congelano nell’aria e cadono a terra come cristalli di ghiaccio.

Cadde dopo duecento metri. O forse meno. Non lo sapeva. Le gambe semplicemente cedettero, come se qualcuno avesse tagliato i fili che lo tenevano in piedi.
Si ritrovò a faccia in giù nella neve. Provò a rialzarsi. Spinse con le braccia. Niente. Non aveva più forze. Era come se il suo corpo avesse deciso da solo che era finita, che non valeva più la pena.
Si girò sulla schiena. Guardò il cielo. Era dello stesso grigio-bianco di sempre, denso, pesante, infinito. La neve gli cadeva sulla faccia. Sulla fronte. Sulle labbra. Non aveva più la forza di spazzarla via.
Quindi è così, pensò. È così che finisce.
Pensò di nuovo al soldatino di legno. Quello che aveva tenuto in tasca per mesi, che aveva portato ovunque. Come aveva detto a sua mamma quella volta alla Cantra? “Un giorno sarò forte come lui”.
Ma non lo era diventato, soldato sì, ma non di “legno”. Non era forte. Era solo un ragazzo di ventun anni che stava morendo nella neve, a migliaia di chilometri da casa, per una guerra che non era la sua.
Pensò a sua madre. A quella camicia che lei teneva appesa al chiodo, che odorava ancora di lui. A quel suo abbraccio, quel giorno sulla porta. A quella promessa: “Torno presto, mà.”
Bugiardo. Bugiardo fino alla fine.
Il freddo non faceva più male. Era strano. All’inizio bruciava, poi doleva, poi semplicemente c’era. E adesso non c’era più. Adesso c’era solo una specie di calore che saliva dal petto. Un calore dolce, quasi piacevole. Come quando d’estate lavorava alla Pirrera e il sole gli scaldava la schiena.
Il sole, pensò. Che bella cosa il sole.
Chiuse gli occhi. Solo per un minuto. Solo per riposare.
E nella sua testa, chiarissima, arrivò la voce di sua madre. Quella nenia antica che gli cantava quando era bambino e piangeva per i temporali.
Dormi, dormi, beddru figliu miu.
Dormi.

Ciao, mà…
Carmelo Battaglia, detto Carmeluzzu, soldato semplice matricola 624189 del Regio Esercito Italiano, morì il 23 gennaio 1943 nella steppa russa, a dodici chilometri dal villaggio di Arbuzovka, durante la ritirata dal Don.
Aveva ventun anni.
Nessuno lo trovò. Nessuno seppellì il suo corpo. La neve lo coprì in poche ore, e quando arrivò la primavera e la neve si sciolse, quello che restava di lui era solo ossa e brandelli di divisa grigio-verde.
Non ebbe una tomba. Non ebbe una lapide. Non ebbe nemmeno un nome su un monumento.
Fu solo un disperso. Uno dei tanti. Uno dei troppi.
A Melilli, Maria continuò ad aspettare davanti alla finestra.
Continuò a stringere quella camicia che odorava ancora di suo figlio.
Continuò a chiedersi dove fosse, se avesse sofferto, se avesse chiamato la mamma mentre moriva.
E non seppe mai – non lo avrebbe mai saputo – che sì, l’aveva chiamata.
Che le sue ultime parole, sussurrate nella neve mentre il freddo lo portava via, erano state: “Mà.”
Come tutti i soldati. Come tutti i figli che muoiono lontano da casa.
“Mà.”
Solo questo.
Anni dopo, quando la guerra era finita e l’Italia cercava di voltare pagina da quella vergogna, vennero eretti due monumenti ai caduti dell’ARMIR: uno nel Chiostro VIII del cimitero monumentale della Certosa di Bologna, l’altro nel Giardino dei Caduti e Dispersi in Russia.
E si cominciò a ricordarli, come tutti i caduti italiani lontani da casa, all’Altare della Patria, presso la tomba del Milite Ignoto.
Carmelo era lì. Tra quei nomi che non c’erano. Tra quei morti che nessuno aveva contato: Militi Ignoti, appunto.
Un ragazzo di Melilli che era andato in Russia perché glielo avevano ordinato, che aveva combattuto perché doveva, che era morto perché il freddo non perdona e la guerra non ha pietà.
Un ragazzo di poco più di vent’anni che non sarebbe mai diventato uomo.
Che non avrebbe comprato quella casa con la finestra più grande per sua madre, né avuto figli a cui raccontare bugie sulla guerra.
Un ragazzo che era solo una promessa non mantenuta, una camicia che odorava di ricordi, un soldatino di legno dimenticato in un cassetto.
Solo questo.
Solo un altro ragazzo morto per niente.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elencati qui di seguito:
- La città di pietra
- La storia di Giuvanni ‘u Zoppu
- I cufuneddi spetrari
- U celu supra a Pirrera
- La storia di Vastianedda
- La madonna dell’acqua
- Il respiro dentro la roccia
- La Cosa che bisbigliava dal muro
- Cunta la Cava – Il canto dei Morti
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

