di Massimo Reina
Immaginate una cava come un animale preistorico, sdraiato sotto il peso del tempo. Le sue membra si estendono silenziose sotto il suolo di Melilli, in provincia di Siracusa. Ha il respiro profondo e lento delle cose dormienti, ma chi varca la sua soglia, che non è né porta né ingresso, ma un crollo, una curva, una discesa, percepisce un movimento che non si vede.
Forse è solo vento.
Forse storie.
O forse è lei stessa, la cava, che sogna ancora i suoi uomini bianchi di polvere, curvi come punti interrogativi, intenti a dialogare con la roccia come si parla a un dio dimenticato.
Li sogna mentre cantano, mentre bestemmiano, mentre pregano. E forse, solo forse , la cava non si è mai davvero addormentata.
Forse ascolta ancora. Forse risponde.
Perché sotto la Pirrera Sant’Antonio, nelle viscere di calcare che gli uomini hanno svuotato per costruire chiese e palazzi, c’è qualcosa che non deve essere svegliato.
Qualcosa di più antico della pietra stessa.
Qualcosa che ha imparato a cantare con la voce della roccia, a parlare attraverso il suono dei picconi, e a richiamare chi sa ascoltare con le braccia e con le ossa.
La pietra cantava.
Non nel senso poetico che scrivono nei libri quelli di città, quelli con le mani lisce e le parole lunghe, quelli che parlano di “vibrazioni telluriche” e “memorie del territorio” e poi se gli cade una tavoletta di calcare sul piede chiamano il Signore, la Madonna e il sindaco nello stesso fiato.
No.
La pietra cantava davvero.
Faceva un suono basso, cupo, che ti entrava tra i denti e te li faceva vibrare uno per uno, e ogni colpo di mazza restava sospeso nell’aria della cava come un’onda lenta che si rifiutava di spegnersi.
Quando Nanni abbassava il braccio e lasciava andare il peso, il manico di legno gli scappava di sudore nelle mani e il mazzapicchio incontrava la parete viva della Pirrera, il suono non era mai lo stesso.
Mai uguale.
C’erano colpi che parlavano di buona pietra, pietra piena, pietra sana — era un TUMP rotondo, grasso, soddisfatto.
E c’erano colpi che parlavano di guai: vuoto dietro, aria, pericolo di crollo.
Quelli erano come un colpo di tosse di un vecchio: TCHUK, e ti mettevano un brivido basso nella schiena, uno di quelli che ti fanno capire che forse sarebbe cosa saggia dire una preghiera.

I pirriaturi erano uomini che ascoltavano con le braccia.
E Giuvanni Caruso, detto Nanni, appunto, ascoltava meglio di tutti.
Aveva trentasei anni e il corpo di uno che aveva cominciato a lavorare prima ancora di imparare a bestemmiare con proprietà. Schiena larga, ma spezzata in un punto preciso, al livello delle reni, dove la carne diventava legno e il legno dolore fisso.
Mani grosse, ma segnate da crepe che non guarivano mai del tutto. Al pollice destro aveva una cicatrice che partiva dalla base e arrivava fino all’unghia, lasciandola un po’ stortata.
Quella era del ’28, “l’anno dell’acqua”, quando un’infiltrazione aveva fatto cedere un pezzo di volta e lui aveva salvato a braccia uno che stava per restare sotto.
Era finita che quello salvato campava ancora e si lamentava ancora del salario, e lui invece ancora oggi chiudeva il pugno e sentiva come mille aghi.
La vita, certe volte, ti ringrazia storto.
Lavorava alla Pirrera Sant’Antonio, sotto Melilli, una cattedrale scavata da schiene umane, alta come un palazzo ma senza finestre vere, solo tagli di luce verticale che scendevano dall’alto come lame d’acqua.
Là sotto non c’era il sole. C’era il suo ricordo.
Una macchia chiara su pareti color latte sporco. Una chiazza di azzurro dove l’aria entrava, ma come elemosina.
Il varco
Chi è cresciuto così non ha ricordi d’infanzia coi fichi d’India e il mare lucido, pensava a volte Nanni. Ha ricordi di ombre.
Era presto, ma giù era già tardi.
Avevano cominciato a battere alle sei e mezza, “per stare avanti col lavoro”, come diceva il caposquadra, che poi era sempre “stare avanti con la fame del padrone”, ma queste cose si dicevano solo sottovoce, e possibilmente quando non c’era intorno qualcuno con la camicia nera e il distintivo al colletto.
Siamo nel ’35, il Duce ha fatto costruire strade nuove e ha fatto affiggere manifesti con l’uomo nuovo italiano, braccia nude e mascella quadrata.
Quell’uomo somigliava molto ai pirriaturi, con la differenza che il pirriaturi quello stesso braccio dopo otto ore non lo sentiva più.
Nanni e gli altri quel giorno lavoravano giù dove la pietra cambiava colore. Il calcare buono, quello da scolpire, era chiaro.
Una bianca quasi dolce, il colore del latte lasciato al sole, scaldato e sporco.
Là, invece, il muro andava al grigio. Il grigio “con dentro il nervo”, come diceva suo padre.
Una pietra che pareva avere dentro vene scure, striate, come muscolo morto. Più ci andavi sotto e più diventava dura. E più diventava dura, più pagavano bene.
Era questo il problema.
La fame.
La fame faceva sordi e la fame faceva coraggiosi, che poi è lo stesso. Il primo colpo di Nanni diede un suono onesto.
TUMP.
La sua spalla lo assorbì, la vibrazione risalì per il braccio e gli entrò nel petto.
Buono, pensò. Buona carne, questa. Tiene. Puoi ancora scendere.

Il secondo colpo fu uguale, quasi.
TUMP.
Il terzo colpo non fu uguale.
Non fu lui.
Nanni abbassò la mazza e il suono che ne uscì fu mezzo soffocato, come se avesse colpito dentro una coperta. Stava già sollevando il braccio per il quarto quando lo sentì. Un altro colpo.
Risposta.
TUMP.
Nanni rimase fermo col braccio a mezz’aria, sospeso, come se qualcuno gli avesse afferrato il gomito e glielo tenesse.
Sentì gelare il sudore sulla nuca. La goccia che gli stava scendendo giù tra le scapole gli si fermò di colpo, come ghiaccio.
Si voltò piano.
Alle sue spalle c’erano due uomini: Rocco, detto Roccu ‘u Cavaddu, grosso, occhi piccoli e baffetti da sparviero, fiato da vino anche al mattino, e Peppe u Moncu, che malgrado il soprannome aveva tutte e due le mani, ma una gli tremava da anni, una specie di tic venuto dopo un incidente. Tutti e due avevano smesso di battere.
Guardavano lui, ma non proprio lui: guardavano il vuoto davanti a lui.
«’U sintisti Nanni?» fece Rocco, piano.
Nanni aprì la bocca e scoprì che la lingua gli si era incollata al palato.
«No,» fece, e gli uscì subito male, come una bugia raccontata alla Madonna con la candela ancora accesa.
Peppe u Moncu si fece il segno della croce rapido, dito-dito-dito, toccò fronte, pancia, spalla, spalla, e poi baciò il pollice.
«Io mi ni chianu», disse. «Nun stamu bene ‘ca. Nun mi piaci stu scrusciu.»
Rocco gli diede un’occhiata di sbieco. «E chi semu, fimmini?».
Peppe gli lanciò uno sguardo torvo. «Io fimmina? Macari sì. Ma fimmina viva…» E se ne andò, trascinando un piede sull’altro, con una fretta che buttava polvere.
«Pezzu di càntaru», pensò Rocco guardandolo sparire dietro una colonna di pietra.
Nanni si passò il palmo sulla fronte e si accorse che stava tremando. Non era il braccio, non erano i tendini.
Era un tremore più profondo, come di freddo. Ma giù non faceva freddo, in quel periodo giù faceva sempre caldo, un caldo sordo che ti levava l’aria.
Ascolta, li senti anche tu? Attento “sutta a petra, quarcunu t’aspetta”… ma domenica 2 novembre con la seconda parte dello speciale dedicato ad Halloween.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elencati qui di seguito:
- La città di pietra
- La storia di Giuvanni ‘u Zoppu
- I cufuneddi spetrari
- U celu supra a Pirrera
- La storia di Vastianedda
- La madonna dell’acqua
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

