di Massimo Reina
Nell’episodio precedente (disponibile a questo indirizzo) Nanni ha deciso di seguire la voce e infilarsi a forza “dentro” la parete di roccia convinto di trovare “fortuna” dietro di essa…
Nanni si ritrasse con un sussulto, ansimando. «Bedda Matri santa, chi cos’è…?»
La voce cambiò. Non più madre. Non più dolce. Più bassa. Più vicina all’orecchio. Quasi dentro l’orecchio.
“È lavoro,” disse. “È tutto lavoro, Nanni. E tu lo sai.”
Lui deglutì.
Aveva ragione. Era lavoro. Ed era lì. Solo per lui.
Si infilò.
Il corpo entrò di lato, come un topo in una fessura di dispensa. La lanterna graffiò la roccia e fece un rumore metallico che risuonò strettissimo, claustrofobico.
Per un istante la fiamma tremò come per spegnersi, poi riprese vita.
Dietro di lui, la parete si richiuse un poco. Non sentì aria. Non sentì corrente. Sentì solo calore.
Lo spazio oltre era basso. Doveva piegare la testa e andare avanti di spalle e ginocchia, avanzando come si avanza quando devi passare sotto un letto e hai paura che ti tocchi qualcosa da sotto.
Sentiva il respiro fargli male nei polmoni. Sentiva la polvere attaccarsi alla lingua.
Ogni volta che deglutiva sapeva di gesso e sangue vecchio.
“Ancora un poco,” disse la voce.
Lui andò.
“Ancora un poco.”
Andò.
E a un certo punto, senza capire quando, il buio finì. Non nel modo in cui finisce il buio quando accendi la luce in una stanza.
Nel modo in cui finisce il buio quando apri gli occhi sott’acqua e capisci che non è proprio luce ma è qualcosa che luccica, e tu non dovresti vederlo, ma lo vedi.
La cava respirava. Davanti a lui, la galleria si apriva in una camera che non aveva niente a che fare con le stanze di lavoro dei pirriaturi.
Non era tagliata a pezzi con le facce dritte e le cicatrici degli scalpelli. Questa era irregolare, viva, fatta di curve.
Le pareti… pulsavano piano. Sì. Pulsavano. Come un animale che dorme e sogna.
E poi lui le vide.

Le mani.
Ce n’erano dozzine, forse centinaia. Mani bianche, mani grigie, mani nere di polvere, alcune con le nocche gonfie, alcune con le dita spezzate.
Uscivano dalla roccia a metà, piantate nel calcare fino al polso, come se stessero affiorando piano, piano, piano da dentro. Alcune tese come a dire “fermati”.
Alcune aperte, come in supplica. Alcune con le dita piegate a uncino, come ganci di macellaio.
E tra quelle mani, volti.
Volti dappertutto.
Volti appena abbozzati, fronti, bocche che non avevano ancora deciso se volevano urlare o pregare, nasi che sembravano in corso d’opera, occhi… gli occhi no.
Gli occhi erano aperti già. Tutti. E lo guardavano.
Nanni strinse la lanterna così forte da farsi male al pollice vecchio. Il dolore lo aiutò a non cadere in ginocchio.
Le mani si mossero. Un millimetro, non di più. Ma si mossero. E in quel movimento, minuscolo, quasi invisibile, lui capì la cosa peggiore.
Non stavano uscendo.
Stavano ancora scavando.
Da dentro. Stavano lavorando. Quelle mani erano mani di pirriaturi.
E lavoravano ancora.
Nanni sentì qualcosa spezzarsi in fondo alla sua testa. Un rumore piccolo, secco, come un capello che si strappa. Sentì quel rumore e capì che quella era la linea. Quella. Quella è la linea tra “questa cosa non la posso sapere” e “adesso l’ho saputa, e non torno più come prima”.
La voce arrivò da tutte le pareti insieme, stavolta.
Una sola, ma di tutti. Vecchi, giovani, morti, vivi, tutti insieme.
L’eco dei sepolti
“Nanni”, disse la voce. “Ora tocca a te.”
Lui fece un mezzo passo indietro, inciampò, quasi cadde.
«Io… io devo salire,» provò a dire. «Io ho famiglia sopra. Ci stanno aspettando. Io devo…»
“Tocca a te”, ripeté la cava, paziente.
Il banco.
Lo vide solo in quel momento, come se prima non fosse stato lì e ora sì — oppure era sempre stato lì e il suo cervello si stava solo arrendendo all’idea di guardarlo. Un vecchio banco di lavoro.
Legno scurito, liscio di sudore, consumato come una panca di chiesa. Sopra, disposti con una cura quasi tenera, c’erano gli attrezzi.
Una mazza col manico ancora sporco.
Quattro scalpelli affilati.
Una corda avvolta in cerchio perfetto.
Una lanterna gemella della sua, ma accesa da sola, con un lume che non fumava.
E accanto agli attrezzi, una cosa chiara, ancora umida.
Un viso che portava i suoi lineamenti. Non finito. Bocca appena accennata, naso grosso, zigomo destro scavato bene, zigomo sinistro ancora da rifinire.
E, santo Dio misericordioso, al posto degli occhi due cavità scure, lisce e lucide come carne.
Sotto quel viso, la pietra aveva già preso a segnare una cosa simile a un collo.
E al centro del collo, inciso appena, c’era un’ombra di vene.
Nanni ebbe un conato.
La voce, adesso, era calda. Amorevole. Traditrice.
“Guarda che bello, Nanni. Guarda che bello che stai venendo. Così non ti perdi più.”
Lui tremò tutto insieme. Una cosa animale, incontrollabile. Gli si slogò quasi la mandibola per quanto serrò i denti.
E allora capì finalmente, non coi pensieri, coi muscoli: capì che quel non era un dono. Non era gloria. Non era memoria.
Era una presa. Era un’ancora.
Era una promessa orrenda.Loro non volevano farlo santo.
Lo volevano fermo.
Bloccato.
Inciso.
“Così non ti perdi più.”

Nanni fece una cosa che nessun uomo della sua famiglia aveva mai fatto in cava. Ne era sicuro, anche se nessuno gliel’aveva mai detto espressamente.
cosa che nessuno fa sotto, perché sotto non serve a niente. Urlò.
Urlò come un animale preso alla tagliola.
Urlò fino a farsi male alla gola, fino a sentire sangue in bocca, fino a sentire i polmoni grattare come carta vetrata. Urlò chiamando non il Duce, non il padrone, non la Madonna. Chiamò suo padre.
«Papàààà!»
La voce gli si spezzò sulle rocce, rimbalzò quattro, cinque volte, e poi morì senza risposta.
Solo allora, come se la cava avesse avuto la cortesia di lasciargli lo sfogo, la fessura da cui era entrato cominciò a richiudersi.
Lui si voltò di scatto e vide la via d’uscita stringersi, lenta, pesante, inevitabile.
E capì che se non correva in quell’istante, adesso, subito, restava dentro. Di sotto. Con le mani.
Con loro, per sempre, dentro la pietra o qualsiasi cosa fosse. Scattò.
La lanterna sbatté contro la parete, la fiamma tossì ma rimase viva per miracolo.
Strisciò con le spalle contro la roccia viva, sentendo la superficie calda che quasi gli pulsava addosso, come pelle di bestia.
Sentì dita — dita fredde, di pietra, ma dita — che gli sfioravano la schiena, il collo, la caviglia, come per trattenerlo.
Una gli sfiorò la cicatrice al pollice e fu come se qualcuno gli avesse infilato un filo di ferro bollente attraverso l’osso.
Urlò ancora.
E poi fu fuori.

Cadde lungo sul pavimento della galleria grande, sputando calcare e saliva, tossendo come se avesse fumato carbone per vent’anni. Il corpo gli tremava tutto. Si girò sulla schiena e vide la roccia tornare liscia.
Immacolata.
Senza fessura.
Senza segno.
Senza niente.
Solo parete grigia.
Il cuore gli batteva così forte da fargli male agli occhi.
Rocco riapparve col volto bianchissimo e gli occhi sgranati.
«Nanni! Nanni, Madonna santa, ma d’unni spuntasti?! Chi minchia successi? Io ti giuro su tutte le croci di questo mondo che ho sentito la pietra chiudersi e poi turnai indietro per cercarti, ma nun ti visti chiu’…»
Nanni lo afferrò per l’avambraccio e lo strinse forte, quasi a farsi male per sentire carne viva, carne vera, calda.
Umana. Non pietra.
Rocco lo fissò come si fissa uno che rientra dal mare in tempesta e sta ancora sputando acqua.
«Rocco,» sussurrò Nanni con la voce spezzata.
«Senti a mia. Da oggi nessuno batte più qua. Nessuno. Hai capito? Questa parte è chiusa.»
Rocco ridacchiò nervoso. «Questa parte è la più ricca, Nanni. A petra è ancora più fina. Se lo dico al caposquadra quello mi fa mangiare la tua pala.»
Nanni gli piantò gli occhi addosso.
C’era una cosa diversa nel suo sguardo, una specie di febbre lucida, un riflesso che non era suo.
Come se avesse portato indietro qualcosa di quel buio.
Qualcosa che si era seduto dietro la pupilla e ora guardava il mondo attraverso di lui.
«Questa parte», disse piano, scandendo bene le parole, «non è nostra. È loro.»
Rocco smise di ridere.
Silenzio.
Sopra le loro teste, un pezzetto di calcare si staccò da una trave naturale e cadde, facendo un rumore secco sul pavimento e alzando un piccolo sbuffo di polvere. Nanni si passò la lingua sulle labbra secche.
Sentiva ancora la voce nella testa. Non se n’era andata.
Era lì.
Era calma. E diceva, piano: “Bravo, Nanni. Ti ho visto. Ora so chi sei.”
Lui chiuse gli occhi un secondo. Solo un secondo.
E pregò.
Non per vivere. Per ricordarsi chi era prima.
Perché per la prima volta, nella sua vita intera di polvere, fatica e spalle curve, ebbe un pensiero terrificante: che qualcosa non andava — qualcosa dentro, sotto la pelle, dietro i suoi stessi pensieri.
La pietra lo aveva guardato e forse adesso guardava attraverso di lui.
E allora Nanni capì che non sarebbe più tornato a casa. Perché casa, adesso, era sotto…

Colui-Che-È-Pietra-E-Fame
Howard Phillips Lovecraft, nel suo racconto Il Richiamo di Cthulhu, scrisse di creature più antiche della memoria umana, esseri che giacevano dormienti in luoghi dimenticati del mondo, aspettando. Aspettando che qualcuno — per caso, per avidità, per stupidità — aprisse la porta sbagliata.
Scrisse che questi esseri non erano malvagi. Erano semplicemente altri. Così diversi dall’umanità che il solo incontrarli spezzava la mente come si spezza un ramo secco. E scrisse, soprattutto, che questi Grandi Antichi dormivano. Ma non come dormiamo noi. Sognavano, e nei loro sogni, chiamavano.
Forse Lovecraft aveva ragione.
Forse sotto certe pietre, in certi buchi dimenticati del mondo, in certe cave scavate troppo in profondità da uomini troppo affamati, dorme davvero qualcosa.
Qualcosa che non è morto. Qualcosa che aspetta. Qualcosa che, ogni tanto, quando qualcuno bussa troppo forte, troppo a lungo, nel posto sbagliato… risponde.
Melilli, provincia di Siracusa.
La cava respira ancora.
E se ascolti bene — se davvero, davvero ascolti —
forse sentirai che sta chiamando anche te.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elencati qui di seguito:
- La città di pietra
- La storia di Giuvanni ‘u Zoppu
- I cufuneddi spetrari
- U celu supra a Pirrera
- La storia di Vastianedda
- La madonna dell’acqua
- Il respiro dentro la roccia
- La Cosa che bisbigliava dal muro
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

