di Massimo Reina
Nell’episodio precedente (disponibile a questo indirizzo) abbiamo lasciato i pirriaturi Nanni e Rocco davanti a una parete di roccia dietro la quale “qualcuno o qualcosa” sembra rispondere al rumore delle picconate…
«Ma chi è sta cosa? Nu novu passaggiu… po’ essiri?» chiese Rocco, tentando la via razionale.
«Può essere. Che dietro c’è cavità. Quando è cavità risponde.» Nanni annuì, senza crederci davvero.
Sapeva cos’era un vuoto dietro la pietra. L’aveva riconosciuto mille volte. Il vuoto faceva quel suono secco, quel “oh-oh” cupo da pentola vuota.
Questo no. Questo era diverso. Questo colpo aveva… intenzione.
Questo colpo aveva aspettato il suo.
Lui TUMP, e poi la pietra TUMP.
Come due persone che si chiamano da due stanze diverse.
A volte, suo padre gli diceva che la pietra parla.
Che chi sa ascoltare, sopravvive.
Gli diceva: “L’aria qui sotto è viva, Nanneddu. È come una bestia. Se la rispetti ti fa passare. Se non la rispetti ti si sdraia addosso e ti dorme sopra. E tu resti là per sempre.”
Suo padre parlava così, metafore grosse come macigni, e non era uno che si divertiva a fare paura. Era uno che aveva visto uomini diventare parte del muro sotto ai suoi occhi.
Nanni deglutì. «Provo ancora.»
«Nanni…» fece Rocco.
Ma lui aveva già rialzato la mazza. Quarto colpo.
TUMP.
Fece male. Troppo rimbalzo nel braccio.
Avvertì un formicolio sulle dita, una scossa che gli arrivò fino alla cicatrice del pollice. Una punta di nausea.
Aspettò.
Il respiro gli batteva nelle orecchie.
Sentiva il sangue pompare nei denti. Era un rumore troppo grosso per un corpo solo.
Per un momento non venne nulla.
Stava per girarsi verso Rocco e dire, vedi?, vedi che era niente, quando arrivò.
TUMP.
Non era più uguale al primo. Era più vicino.
Il ladro di anime
Rocco bestemmiò piano, a metà tra rispetto e paura.
Non era come un’offesa intenzionale a Dio, buttata così per stanchezza.
Era una bestemmia vecchia, lenta, quella che in Sicilia esce come una preghiera rovesciata.
«Madonnuzza santa e sangu e morti…» Un filo di voce. «Amuninni», sussurrò.
Nanni avrebbe voluto dire sì. Non era stupido.
Nessun pirriaturi vero è stupido.
Lo stupido resta sotto. Il pirriaturi vero sa quando fermarsi, quando cambiare turno, quando dire “basta così per oggi”. Solo che stavolta no.
Stavolta qualcosa, dentro di lui, tirava nella direzione opposta. Come una mano che gli prendeva la nuca e la spingeva in avanti.
“Ancora uno,” sentì. Fu chiarissimo. Una voce senza bocca. Senza aria. Senza gola.
Non era nella testa. Non era fuori.
Era… nella roccia.
“Ancora uno, Nanni. Vieni.”
Il cuore gli fece un salto e gli cadde giù nello stomaco.
«Chi ha parlato?» fece quasi ridendo, perché l’alternativa era urlare.
Rocco lo guardò come si guarda un ubriaco in chiesa. «Chi ha parlato chi? Nanni. Qua non ha parlato nessuno.»
Nanni si leccò le labbra, che sapevano di sale e calce.
Poi, come se la sua vita fino a quel momento fosse stata solo il piombo che tiene giù un peso, e adesso qualcuno avesse tagliato il filo, lasciò andare.
Quinto colpo.
TUUUMP.
Non fu un colpo normale. Le braccia gli andarono da sole, perfette, decise.
Nessun tremito. Nessuna incertezza.
Il colpo entrò nella pietra come un chiodo entra nel legno morbido. Sentì il manico vibrare nei palmi, ma stavolta non fece male: fu quasi piacere.
Quasi sollievo. E poi, immediato, senza attesa:
TUMP.

Vicino. Troppo vicino.
Da dentro.
Nanni fece un passo indietro istintivo, il corpo già in posizione di fuga. Rocco invece no.
Rocco rimase fermo un secondo di troppo.
La parete davanti a loro, quella striscia grigiastra con le venature scure, si spaccò. Ma non come si spacca la pietra quando cede.
Non a pioggia, non a schegge.
Si aprì. Come pelle vecchia.
Una crepa sottile, verticale, si disegnò davanti ai loro occhi dal basso verso l’alto, lenta, con un suono bagnato, nauseante.
Il tipo di suono che non ha senso sentire nella roccia.
Il tipo di suono che ha senso sentire solo se stai guardando aprirsi una ferita.
Rocco mollò la mazza. «Signuri meiu, Gesù Misericordioso.»
La fenditura sputò aria.
Era aria fredda. Fredda e umida. Ma con dentro un’altra cosa.
Un odore.
Non di muffa. Non di morte. Non ancora.
Era odore di interno.
Come quando apri la pancia di un pesce grosso e ti arriva addosso quell’alito dolciastro, marcio e salato, che ti fa subito deglutire due volte perché se no vomiti.
L’odore di dentro-vivo, quello che nessuno dovrebbe mai sentire fuori.
Nanni si portò la mano alla bocca.
«Minchia!» esclamò mentre gli occhi gli lacrimavano.
Dentro la fessura c’era buio.
Quello vero. Non l’ombra.
Il buio vivo, pieno. Il buio che trattiene.
E da quel buio venne fuori un suono. Non un colpo, stavolta.
Un respiro.
Lungo, lento, come di una cosa grande che dorme da tempo e adesso sta decidendo se vale la pena svegliarsi.
Nanni sentì le gambe molli, quasi gli cedettero.
Rocco indietreggiò, sudando freddo. «Patri, Figghiu e Spiritu Santu. No, no, no. Io mi ni vaiu. Io me ne salgo ORA.»
E se ne andò davvero, stavolta, correndo male, inciampando quasi, con il fiatone di uno che pesa troppo ma ha capito che, restando un minuto di più, muore.
Il richiamo dell’Altrove
Nanni rimase da solo. E fu lì che successe la cosa che non raccontò mai a nessuno da vivo.
La parete respirò. Non metafora.
La vide gonfiarsi appena, poi rientrare.
Un movimento lento, ritmico. Gonfia. Rientra. Gonfia. Rientra.
Come un torace. Come il costato di un animale enorme.
E in quel respiro, una voce.
Chiara, dolce, quasi femminile. Quasi affettuosa. Quasi materna, con un sottofondo flebile simile a un canto corale.
“Nanni”, disse. Il suo nome.
Lo disse come l’avrebbe detto sua madre quando aveva otto anni e tornava a casa con le ginocchia sbucciate e la faccia sporca di terra. Quel tono lì. Quel tono che ti dice “non ti preoccupare, figghiu, ci sono io”. «Nanni, veni ca. Qua sotto è luce.»
Gli si gelò la spina dorsale.
Luce? Luce qua sotto?

Nella sua testa passò una cosa molto semplice, elementare, da uomo che tutta la vita aveva misurato il mondo in scalinate, pane e sete: se sotto c’è luce, sotto c’è uscita. Un’altra uscita.
Un’altra via. Una via che nessuno conosce.
E se nessuno la conosce, chi la trova la dice? O se la tiene?
Chi la trova… vale oro.
I pensieri non sempre passano per le parole. A volte sono solo sensazioni che arrivano insieme, si avvitano, diventano scelta. In quel momento, tutto quello che Nanni era — uomo, padre di tre cristiani che mangiano, marito di una donna coi fianchi larghi e gli occhi che da un anno sono sempre preoccupati, bestia da fatica, schiena spezzata al servizio della pietra degli altri — tutto quello venne risucchiato in una specie di unico punto di calore nel petto.
La voce ripeté, più piano: «Vieni. Io ti faccio uscire, Nanni.»
Lui alzò la lanterna. La fessura, ora, sembrava più larga.
Non molto. Giusto lo spazio di una spalla. La roccia intorno non cadeva, non cedeva.
Si teneva. Quasi si apriva per lui e basta.
Nanni pensò, con una lucidità che lo spaventò più della voce stessa: se questa è una vena nuova, e mi ci infilo per primo, il padrone mi paga. Se trovo un corridoio che porta fuori più vicino, mi paga.
Se scopro un passaggio, mi paga per il resto dell’anno. Pane, carne, scarpe per i picciriddi. La bambina piccola smette di tossire.
Era fame. Era speranza.
Era trappola, ma lui questo ancora non lo sapeva.
Appoggiò la mano alla parete. Non fu come toccare la pietra. Fu come toccare la pelle di qualcuno con la febbre.
Calda. Umida. Vibrante.
Sotto sentì un battito.
Non uno. Tanti. Densi. Lenti.
Un battito grosso, profondo, come di cuore animale. E battiti piccoli, più veloci, che correvano sotto la superficie, spostandosi veloci appena sotto il palmo.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elencati qui di seguito:
- La città di pietra
- La storia di Giuvanni ‘u Zoppu
- I cufuneddi spetrari
- U celu supra a Pirrera
- La storia di Vastianedda
- La madonna dell’acqua
- Il respiro dentro la roccia
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

