In occasione del Premio Comiso, nel 1954, la Critica si accorge della singolarità del tratto e dell’arte del giovane Pino Valenti.
“Al mondo esteriore Valenti mette qualcosa del suo idealismo poetico, accoppiando un raffinato gioco di luci e ombre. Nella “Apologia del pesce spada” è riuscito ad esempio a fondere il verismo del paesaggio con un primo piano concepito mitologicamente in uno spettacolare intreccio di nudi, rifacendosi alle leggende e ai costumi siciliani. Il giovane pittore che ha avuto già notevoli affermazioni è infatti alla ricerca di un proprio idealismo pur non alterando le sembianze umane e i paesaggi che fanno da sfondo, anche se alle volte li accenna soltanto con magistrali tocchi di gessetto o di pennello”. (La Sicilia, 1954)
Ma, in quella ricerca e nel fervore inquieto di quella formazione, prendeva corpo la scelta dominante: essere Architetto dell’Immaginario. Di quegli anni di formazione e di esperienze artistiche, di quella inquieta ricerca di approdo artistico, Pino Valenti ci consegna tutto il senso in uno dei suoi ultimi pensieri biografici:
“Purtroppo il tempo e la morte rendono difficoltose le testimonianze di vita vissuta e problemi superati che avrebbero reso facile la lettura della personalità individuale e i risultati e la formazione giovanile. Un momento importante è costituito dalle influenze romane: Mafai, Mazzacurati, Caron, Guttuso, Leoncillo, Meli, Maccari… Tra cromatismi e ampi respiri, attaccamenti viscerali a modi di vita… Era la dolce vita… Non sapevo dove andare perché i battiti del cuore si confondevano col mistero dell’anima …”
Sarà Lidia Pasqualini a fargli conoscere per la prima volta la complessa realtà della Televisione Italiana, da poco inaugurata il 3 gennaio del 1954 con il primo grande spettacolo di prosa televisiva: “L’osteria della posta” di Carlo Goldoni per la regia di Franco Enriquez.
Inizia a farsi strada in lui la vocazione portante della sua attività artistica: la Scenografia.
La svolta avvenne casualmente: l’incontro con Alessandro Blasetti, che lo introdusse nei Teatri di posa di Cinecittà.
“L’incontro con Blasetti, padre del Neorealismo, e la decisione di voltare le spalle a ogni lusinga per una semplice vocazione lineare, priva anche di autocompiacimento. La collaborazione prima e poi il concorso e il lavoro per sempre in RAI, monastero della scenografia. Studio, ricerca implacabile… incidere con la matita nella carne dello spirito martoriato di autori ai quali strappare dolore, terrore, paura, tutte sensazioni della sfera più intima che un autore non proferirà mai a voce. Accanto, il senso della pittura, della quale non si può parlare, ma che comunica alla tela le zone del nostro essere, dove sta il nero perché è nero, la morte che è morte, il senso dell’orribile, poiché la pittura non suscita il sorriso. Amo la scenografia e la pittura perché sono vicine all’artigianato e riassumono il mio universo: mondi unici dove mi è bello viverci; forse come quando bambino ottenni la bici a tre ruote, responsabile di repentini cambiamenti di umore, così come quando capisco che aver lavorato dietro l’obiettivo mi impone, per certe esigenze di vita, di propormi: ma io soffro di un morbo del quale siamo affetti tutti i melillesi: non mi so proporre!” (Pino Valenti)

