La via del Babuino e la parallela via Margutta sono il teatro della rinascita artistico-culturale del Dopoguerra. Sono frequentate da artisti italiani e stranieri in cerca della grande occasione, ma soprattutto vi circolano idee e ideali.
L’esistenzialismo, il grande cinema americano che approda in Italia e la poetica cinematografica felliniana, le avanguardie pittoriche, la canzone d’autore, l’esordio della televisione, il trionfo della radio, ma vi sono anche boutique di moda, gallerie d’arte e atelier di antiquariato e oggetti d’arte. A dirigere una delle boutique d’antiquariato più in voga vi è una giovane donna, Adele Polidori, esperta di sculture in pelle, cultrice di antiquariato. E’ l’incontro della vita.
“Conoscere Guttuso e non asservire la propria fantasia alle esigenze dello spettacolo, passare dal Realismo al non-Figurativo, come testimoniavano anche le opere di Cagli, fare architettura, inventare strutture improbabili, studiare scienza delle costruzioni e pensare al pilastro non-struttura portante … tutto in una confluenza di eventi che provengono dall’immediato Dopoguerra. Non deve sorprendere, quindi, se nel mio pensiero si affastellano immagini e concetti: tutto è in funzione di un esito spettacolare e dell’enfasi della scuola di Architettura di Valle Giulia, per quel viaggio a Roma che crea nella mente una tranquilla rivoluzione, confluenza di correnti d’arte che provengono da ogni ambiente e che sono inderogabili
Mi ero imbattuto in questo labirinto mentre frequentavo l’Atelier di Guttuso a Villa Massimo, con tanti artisti che vi operavano (Mazzacurati, Mafai, Caron). Ma un convegno all’Università mi diede luce e coraggio: la relazione di Giulio Carlo Argan, per cui la critica moderna aveva riabilitato il manierismo come un’arte indipendente dalla realtà oggettiva che mira a esprimere un’idea che l’artista ha in mente, e un’arte rivolta alla conoscenza del soggetto più che dell’oggetto … libertà assoluta della mente nell’uscire da ogni schema”
Nella pittura giovanile del periodo romano, Valenti esprime questa ricerca delle forme fuori dagli schemi astrattisti e dalle frammentazioni visive, pur centrando l’aderenza alla realtà inquieta e feconda di quegli anni. Egli ricerca sempre la linearità del tratto, dentro un figurativismo mai tradito. Le figure si allungano, si fissano sugli sfondi, assorbendone la traccia, esprimendo tutto il loro essere e la loro vita davanti a fondali e orizzonti che ne definiscono la scena.
“Un giorno una graziosa ragazza, intravista dalla finestra della mia camera in pensione, mi sorrise. Le chiesi se volesse farmi da modella, mostrandole a distanza un mio quadro. Fece cenno di sì. Scrisse su un foglio l’indirizzo: era via Vittorio Veneto 56. Ci andai. Era la sede della rivista internazionale Echi d’Italia. Ad attendermi c’era Oete Blatto. La ragazza aveva creduto che cercassi un contatto per pubblicare qualcosa. Blatto volle vedere il mio lavoro, gli piacque e lo pubblicò. Fu la mia occasione.”
Fu così che nel 1956 su “Echi d’Italia” apparve la sua opera d’esordio “Notturno a Ragusa Ibla”.
A Roma il giovane Valenti espone nella celebre galleria d’Arte La Cassapanca e verrà notato dalla Critica. L’opera “Quartieri bassi” prima dell’esposizione romana parteciperà con successo, nel marzo dello stesso anno, alla 1^ Mostra regionale d’Arte figurativa di Siracusa.
- Copertina della rivista Echi d’Italia
- Pino Valenti – Notturno a Ragusa Ibla – 1956



