Negli anni Cinquanta si partiva, si partiva dal Sud. In un’Italia ferita che tentava di guarire dai dissesti della guerra, io, come tanti giovani, dopo un’adolescenza cancellata dalle bombe, dopo il Liceo e il biennio di Architettura a Catania presi il treno per Roma.
Avevo un cappotto nuovo per la circostanza, una camicia di seta bianca di fortuna, ricavata da un paracadute militare, e la solita valigia del Sud piena di sogni e di speranze.
Era una mattinata tersa di tramontana quando partii da Melilli per Roma. Si poteva ammirare tutto il tratto del mar Ionio, da dove spuntava il sole, da Catania fino ad Augusta e Siracusa. Si partiva … cercavo un luogo per l’anima, ormai divenuto giovane. Ritagli di giornali, quaderni, locandine, un ventaglio di fotografie sul tavolo e una cauta leggerezza, quasi per non turbare la composizione dei ricordi: non è facile vivere con certe cose che richiedono impegno e sensibilità e sarà arduo viverne senza”.
Così Pino Valenti, nei suoi Diari, racconta quel giorno di gennaio del 1955.
In una pensione di via del Babuino, poco distante dalla Facoltà di Architettura di Valle Giulia, inizia il suo soggiorno romano.
“Io solo sono il giudice della mia sincerità. Per un ragazzo di Melilli che decide di fare l’architetto-scenografo, pittore di cose, di creare il bello, e approda a Roma, senza nessuno che lo incoraggi e con lo sgomento dei propri cari, non è certo una scelta facile …
Importanti sollecitazioni influiscono sulla formazione artistica del giovane Valenti: la scuola di architettura dei suoi maestri Enrico Del Debbio e Vincenzo Fasolo, orientata a una ricerca rigorosa di spazi e forme, la frequentazione dell’Atelier di Guttuso a Villa Massimo.
Intanto la sua mano precisa e sicura affronta d’impatto la grafica e il disegno dal vero. Un tratto forte, privo di ripensamenti, di getto e sorprendentemente compiuto a prima stesura.
Gli studenti disegnavano en plein air monumenti, complessi architettonici e sculture, ma il rito accademico, nel caso del giovane Pino, non era compreso dagli avventori che gli chiedevano in vendita i disegni e, delusi per non poterli acquistare, rimanevano a guardare, formando un pubblico attento, ammirato dalla velocità e dalla maestrìa del tratto.

