E’ l’alba del 10 luglio 1943. Ha inizio l’operazione Husky, con lo sbarco delle Forze Alleate lungo la costa sud-orientale della Sicilia.
Come mosche su un favo di miele, centinaia di mezzi e navi da sbarco oscurano la Marina di Melilli.
Agli occhi di un adolescente, questa oscura minaccia frammenta la dimensione della fanciullezza, l’idilliaco rapporto con le cose, il gioco, il tempo. E’ il primo incontro con la morte, la consapevolezza che si può morire in qualsiasi momento… E allora perdono senso anche i sogni, i desideri, le aspirazioni.
Nella maturità, Pino Valenti, fisserà nella serie grafica de “I Giocati” la lontana e incancellabile memoria di questa tristezza e la paralisi della spensieratezza giovanile.
Fu sotto le bombe che Pinuccio, così lo chiamavano affettuosamente, affrontò gli esami di licenza ginnasiale. Ricordava spesso, anche a noi figli, che una commissione impassibile di docenti non edulcorò la prova, a motivo dei pericoli. Fu proprio quel rigore, mantenuto con commovente dignità a insegnargli quella determinazione dettata dalla consapevolezza di dovercela fare sempre con le proprie forze, senza sconti. Un insegnamento per la vita, e anche per noi, quasi un monito a non aspettarsi nulla e a non cercare mai scorciatoie.
L’esame andò bene. Uscito in strada, incontrò l’inferno in terra: macerie, corpi dilaniati, quell’odore che lui stesso diceva di non poter dimenticare “un misto di calcinacci, polvere da sparo e carne bruciata” che definiva “l’odore della morte“. Rientrò a casa… scampando come poteva… Aveva onorato per la prima volta le sue aspirazioni, comunque: frequentare il Liceo Gargallo a Siracusa, per seguire poi il biennio di Architettura. Ma il cammino era ancora lungo e la guerra non era finita.
Molti dei suoi compagni di gioco morirono sotto i bombardamenti, uno di essi, agonizzò per giorni con una scheggia conficcata nel cranio. Persino la Janedda, la stiratrice, narratrice magica di fiabe e di visioni infantili, morì sotto un bombardamento… Fu Pinuccio, giovane scout, a ritrovarla, scavando tra le macerie, a mani nude, insieme a Padre Giardina, che proprio in quell’ anno dava vita, a Melilli, tra la distruzione e il sangue, al primo reparto scout della provincia. Successivamente Padre Giardina sarebbe diventato Monsignore e Rettore del Santuario della Madonna delle Lacrime di Siracusa.
Avanti negli anni, dirà spesso che proprio da Padre Giardina aveva imparato a “guardare in faccia la morte” per amare veramente la vita…
“Eravamo adolescenti e subivamo la guerra, mostro che genera se stesso e impone la propria ragione. Tutto è ostile intorno, anche se stupendamente bello … il paesaggio del Sud-est ti offriva una manciata di timo per il tuo sangue, per una ignota legge del compenso, che ancora non capisco, e rende i ricordi aguzzi.
Ricordo che studiando privatamente, pescando qua e là tra i libri, anche quelli forse impropri alla mia età, mi preparavo per la licenza ginnasiale, e poi avrei potuto affrontare gli esami, da “esterno”, tra un bombardamento e l’altro. L’antica campana del Cinquecento, che ancora suona da un’’alta torre del mio paese, suonava a rintocchi lenti, per annunciare l’allarme: io, mio padre e mia madre (mio fratello era al fronte) ci abbracciavamo salutandoci, come se fosse l’ultima volta. Calava per me un incubo: avevo letto che Kafka aveva immaginato e percepito più intensamente di Freud i demoni in agguato e vaganti tra la civiltà occidentale.
Le oscure minacce che pervadono le sue storie enigmatiche si scioglievano in brividi quando dopo i sibili e quell’inconfondibile violento bagliore violaceo delle bombe, poi suonava la campana del Cinquecento con tocchi più svelti, per annunciare che per quel momento era andata bene. Eppure l’ansia riesce a volgere la propria intelligenza contro se stessa e riesce ad annullare ogni splendore e ci vuole molto tempo per ripristinare una nobiltà decaduta e ricomporre la propria storia solo per se stessi, poiché nel frattempo il passato è come un corpo improprio che si insinua nel presente e la contemporaneità non vuole conoscerlo, non vuole sapere”. (Pino Valenti)

