Pino Valenti nasce a Melilli il 9 aprile del 1930 nella via Iblea, da Antonino Valenti e Violante Abramo Rizzo. Cresce tra le sollecitazioni di un mondo familiare profondamente radicato nelle tradizioni dell’ artigianato e dell’antica aristocrazia rurale: il gusto della magnanimità, la profonda religiosità, il senso del dovere, la traccia concreta di una umiltà rigorosa, il culto del lavoro inteso come servizio, il gusto della bellezza e il talento musicale. Ma dallo zio Peppino Abramo, giovane pittore emergente, che morirà a Roma per le conseguenze delle persecuzioni naziste, erediterà, sin da bambino, il talento pittorico.
“Ero un bambino dall’immaginario influenzato dalle fiabe. Un giorno mi preparai un fagotto e volevo partire per andare lontano a fare il paggio. L’Aedo era la nostra stiratrice, Janedda, che, dai carboni accesi nel ferro da stiro, sapeva trarre i concetti del bene e del male, nei dolori della vita quotidiana, doveri e sacrifici, i simboli dei vizi e dei piaceri che solo l’ineluttabilità della morte sapeva sconfiggere.
Ma io, dal cuore tenero, ero svegliato la notte dal canto notturno di qualche carrettiere e immaginavo viaggi lontani di effetto magico, come da commedia, e decisi che da grande avrei fatto il carrettiere. Forse per quel mezzo tirato dal cavallo, potenzialità morale di lieto fine, mutamento reale del destino, comunque come effetto positivo della fantasia sulla ragione.
Ma il ritratto della società del mio paese, civile e virtuosa, era sempre una forza educativa che imponeva riflessione, che rendeva attenti e pensosi, pronti a imparare, dunque a commuoversi del vero e non del finto.
Ero distratto e mi veniva spontaneo disegnare. Ritraevo sempre un mio compagno di giochi, profondamente buono e dimesso, la mamma che vigilava dietro le vetrate e poi … le scene per il Teatrino della parrocchia … e il destino aveva il sopravvento.
…. Fiocchi al vento, Marco il pescatore e altre commedie che Padre Giardina ci proponeva, selezionando la capacità e i singoli orientamenti di noi ragazzini, con l’intuito di uno psicologo. La realtà può produrre illusione scenica?…”
Gli anni dell’infanzia trascorrono così, tra giochi e avventurose scorribande tra le macchie e i muri a secco, lungo le strade di polvere e pietre. In mezzo a tutto questo un bambino guarda senza cercare e, proprio per questo, vede. Ogni cosa lascia in lui un segno, una forma, un colore. Ogni volto, ogni persona si definisce, nel suo immaginario, come un personaggio. Tutto questo mondo si sedimenterà nella sua memoria e nella sua anima di artista, per sempre, riemergendo tra le pieghe delle sue visioni. Melilli gli resterà dentro, non come semplice ricordo, ma come la struttura portante del suo immaginario, come un luogo che non lascerà mai per davvero, in quanto radicato nel suo essere.
Nel 1940, a dieci anni, accade qualcosa. Compone un manuale dell’arte rilegato su fogli riciclati, in cui spicca il precoce interesse per gli stili classici e gli ordini architettonici, un presagio istintivo di quella che sarebbe divenuta la sua vocazione futura. Poi, il primo dipinto: il volto di un antico antenato emerso dalla memoria familiare e la necessità di fermarlo, di non lasciarlo andare via, di trattenerne la presenza oltre il tempo … E allora dipinge, con quel poco che aveva a disposizione…
Da lì a poco la Guerra avrebbe sfigurato tutto, anche quei luoghi che sembravano immutabili, ma questo appartiene al prossimo Capitolo.

