di Alessandro Valenti
Erano anni d’oro e le produzioni televisive del CPTV di Napoli portavano nelle case italiane il gusto del teatro, la forza del cinema e l’immediatezza della televisione. Erano i tempi del bianco e nero, delle telecamere ingombranti puntate come sentinelle, con ottiche fisse che non davano concessioni alla fluidità di una zoomata moderna e con le quali si dovevano rispettare le distanze forzate e i vincoli imposti dalle ottiche stesse. Telecamere nelle quali giravano soltanto i prismi interni, cambiando focale a scatti. Sul set tutto era costruito per loro: pareti di legno travestite da mattoni, insegne dipinte, finestre cieche che bastava una luce radente a renderle autentiche. Anche il proiettore sospeso in alto a destra, visibile nella fotografia, racconta il mestiere artigianale di chi modellava con le ombre interi quartieri immaginari.
In quella scena prende forma L’incredibile signor Van Meegeren (1970), per la regia di Giuseppe Di Martino, con testi di Nino Lillo e Giuseppe Lazzari. La scenografia porta la firma di Pino Valenti, artista capace di trasformare lo spazio televisivo in un’illusione credibile. Le sue architetture, pensate con rigore architettonico e storico e sensibilità pittorica, non si limitavano a fare da cornice, ma diventavano parte della narrazione: prospettive che guidavano lo sguardo, superfici studiate per reagire alla luce, dettagli che solo l’occhio della telecamera sapeva restituire come veri.
Quello stesso anno Valenti affrontava anche l’impresa monumentale del colossal “Napoli 1860 – La fine dei Borboni”, produzione Rai e Universalia Film per la regia di Alessandro Blasetti. Due opere diversissime, accomunate dalla sua capacità di piegare lo spazio televisivo alle esigenze di storie epiche, creando mondi che vivevano solo nell’istante dell’inquadratura ma rimanevano impressi nella memoria dello spettatore.
Il titolo scelto per lo sceneggiato televisivo porta il nome di Han Van Meegeren, il celebre falsario olandese che ingannò esperti e collezionisti internazionali con dipinti spacciati per autentici capolavori di Vermeer. Durante la guerra, addirittura, vendette un falso Vermeer a Hermann Göring (uno dei principali gerarchi del regime nazista, secondo solo a Hitler per potere e influenza.), che gli offrì in cambio decine di dipinti nazisti, prima di scoprire la truffa; arrestato alla fine della guerra e accusato di collaborazionismo, si difese rivelando la verità: non era un traditore, ma un falsario. Per provarlo dipinse un altro “Vermeer” nell’ aula del tribunale che ospitava il processo, sotto gli occhi della corte e dei giudici. Condannato a un anno di prigione, morì poco dopo, diventando una figura controversa: ingannatore spregiudicato ma anche, agli occhi di molti, un beffatore dei nazisti.
La foto riporta uno scorcio di una delle scene di L’incredibile signor Van Meegeren (1970), una produzione del CPTV Rai Napoli diretta da Giuseppe Di Martino, con le scenografie curate da Pino Valenti. Quel vicolo è un artificio fatto di legno e materiali plastici termoformati, profilato da una luce che sembra inventare l’illusione, resa reale solo grazie alla fissità della telecamera, alla consistenza del lampo del proiettore e alla rigidità dell’inquadratura. È un’architettura prontamente consumata in presa diretta, dove ogni effetto era costruito in funzione di quegli strumenti immutabili.
Curiosità:
Nelle produzioni televisive italiane di fine anni Sessanta e primi Settanta le telecamere da studio erano talmente pesanti da richiedere carrelli dedicati e due operatori, e soprattutto lavoravano con ottiche fisse a torretta rotante.
Era un dispositivo meccanico con tre o quattro obiettivi montati su un tamburo circolare. L’operatore, durante una diretta o una registrazione, non azionava lo zoom come oggi, ruotava fisicamente la torretta facendo scattare l’ottica successiva. Ogni cambio di focale produceva una microscopica vibrazione dell’immagine e per questo gli scenografi progettavano lo spazio affinché quel passaggio fosse il meno percettibile possibile.
Questo vincolo tecnico influenzava profondamente la costruzione delle scenografie: prospettive più nette, pareti studiate per la profondità fissa, luci calibrate con grande precisione. Era artigianato puro, quasi una danza coordinata tra Cameraman, aiuto cameraman, primo operatore, direttore della fotografia, scenografo e regia.

