di Alessandro Valenti
Era il 1968 quando milioni di italiani, davanti al televisore, si lasciavano trasportare nella Londra di fine Ottocento. La Rai proponeva Le avventure di Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, con la regia di Guglielmo Morandi, e gli spettatori (oltre sette milioni, secondo i dati dell’epoca) seguivano con passione le indagini del detective più celebre del mondo, impersonato da Nando Gazzolo, affiancato dal fido Watson interpretato da Gianni Bonagura.
Due romanzi presero vita in sei puntate: La valle della paura e L’ultimo dei Baskerville. Intorno ai protagonisti, un cast ricchissimo di interpreti, da Paolo Carlini a Franco Volpi, da Marina Malfatti a Antonio Salines, nomi che hanno fatto la storia del teatro e della televisione italiana.
A dare corpo e respiro all’atmosfera vittoriana fu la scenografia di Pino Valenti, che la critica definì «particolarmente curata» e frutto del «sapiente mestiere» di un artista giovane ma già richiesto dalle principali produzioni televisive. Pino Valenti aveva firmato scenografie per Madame Curie, Resurrezione, Luisa Sanfelice e Melissa. Con Sherlock Holmes affrontò la sfida di ricostruire ambienti intrisi di leggenda, a metà tra il giallo e la storia.
Le esterne furono girate nei castelli di Oxburgh Hall e Blickling, nel Norfolk, a duecento chilometri da Londra, luoghi che ancora oggi conservano intatta la suggestione di un’epoca. Ma fu negli studi del CPTV RAI di Napoli che prese forma la celebre stanza di Baker Street (che vediamo in foto), riprodotta con una fedeltà sorprendente: un rifugio che sembrava odorare di tabacco e vecchi libri.
Un dettaglio rimasto nella memoria riguarda la vestaglia di Sherlock Holmes. Durante i sopralluoghi a Londra, Valenti visitò il “Sherlock Holmes Pub”, dove era esposta quella che i britannici chiamavano la “vestaglia di Holmes”. In realtà apparteneva ad Arthur Conan Doyle, poi passata all’illustratore Sidney Paget e, in seguito, a un collezionista privato. Eppure, nel mito popolare inglese, quello era l’indumento del detective. Valenti ne colse il valore simbolico e, ispirandosi a quel tessuto, fece confezionare la vestaglia che Gazzolo avrebbe indossato in scena. Così l’oggetto reale, nato dall’autore, divenne icona attraverso il personaggio, fino a materializzarsi sullo schermo italiano.
Quella stanza, quella vestaglia e quelle atmosfere non furono soltanto scenografia, ma parte integrante di un rito collettivo: il momento in cui la televisione italiana seppe evocare Londra, l’ombra del Tamigi e il silenzio di Baker Street, portando Sherlock Holmes nelle case degli italiani.

