di Alessandro Valenti
C’è un momento preciso, quando si rimettono in ordine le cose di chi non c’è più, in cui si smette di catalogare e si comincia ad ascoltare. I fogli non sono più documenti, diventano presenze. Alcuni restano muti, altri invece si fanno sentire con una forza inattesa, come se avessero aspettato proprio quel momento per tornare a parlare.
Riordinando le carte di mio padre, conservate con quell’attenzione silenziosa tipica di chi sa distinguere ciò che è utile da ciò che è essenziale, abbiamo trovato un biglietto.
Un foglio semplice, nessuna carta pregiata, nessuna cornice. Solo una scrittura infantile, irregolare, ma già carica di verità. Diceva: “Caro papà tu sei il mio migliore amico”.
Lo avevo scritto quando facevo le elementari.
Io non lo ricordavo più. Lui sì. E soprattutto lo ha custodito gelosamente.
Quel foglio lo ha seguito negli anni, nei traslochi, nei cambi di stagione della vita, mescolato ad appunti di lavoro, progetti, documenti importanti. Non era lì per caso. Era lì perché per lui contava.
Rileggerlo è stato come ricevere una risposta che non aveva bisogno di parole aggiuntive.
Da bambino avevo scritto quello che sentivo, senza filtri, senza retorica. Da adulto ho capito che non era affatto scontato.
Essere padre è un ruolo, essere un punto di riferimento, quasi un compagno di strada, è una responsabilità molto più sottile. Richiede tempo, ascolto, dedizione vera.
Mio padre mi parlava molto. Mi spiegava le cose, senza infantilizzarle. Mi insegnava a farmi domande prima ancora di cercare risposte. Mi ha educato ad affrontare la vita con uno sguardo aperto, a considerare sempre più punti di vista della stessa cosa, a non fermarmi mai alla prima interpretazione. Non mi ha mai consegnato verità chiuse, mi ha dato strumenti.
Mi accompagnava tenendomi per mano, sapendo perfettamente quando stringerla e quando lasciarla andare, per permettermi di affrontare le cose da solo. Eppure restava sempre lì, vigile, presente, pronto a intervenire con discrezione e amore, senza invadere, senza sottrarre spazio. Era davvero il mio migliore amico!
Questo modo di essere padre conviveva con un’altra dimensione: il Pino Valenti professionista, lo scenografo acclamato, il regista, l’artista riconosciuto e stimato, apparteneva a un mondo fatto di set, di ritmi serrati, di giornate lunghe e senza orari. Un lavoro totalizzante, che richiede concentrazione assoluta, disciplina, responsabilità verso molte persone. Un lavoro che spesso non perdona distrazioni.
Mio padre, però, è stato capace di conciliare tutto questo con la famiglia, senza farci mai sentire un’appendice o un sacrificio necessario. Il set non diventava mai un alibi. Il lavoro non era mai una giustificazione per l’assenza. C’era una distinzione netta, naturale, tra l’uomo pubblico e l’uomo privato. Il primo costruiva mondi, il secondo costruiva legami. E nessuno dei due esisteva a scapito dell’altro.
Quel biglietto non parlava al professionista celebrato, non si rivolgeva allo scenografo premiato, al Pino Valenti dei titoli e dei riconoscimenti. Era indirizzato all’uomo. A quello che c’era davvero, quando si spegnevano le luci di scena. Ed è forse per questo che lo ha conservato con tanta cura. Non come un ricordo tenero e basta, ma come una conferma silenziosa di aver fatto bene il lavoro più importante.
Alla fine di quel foglio non c’è solo una firma.
Mi ero firmato “Sandro Valenti” (Sandro, non Alessandro, perché così mi ha sempre chiamato mamma, e quel nome era casa).
Poi, in basso, sottolineato con attenzione, avevo scritto: “Tuo figlio”.
In quella firma c’è un’identità che stava nascendo, un modo di presentarmi a lui non soltanto come un bambino, ma come suo figlio, con consapevolezza e tanto orgoglio. In quella sottolineatura c’è la certezza di un legame che non aveva bisogno di essere dimostrato. Io sapevo chi ero per lui, e lui, silenziosamente, lo ha custodito per tutta la vita.
Oggi quel foglio è molto più di un frammento di memoria familiare. È una chiave di lettura. Racconta chi era mio padre forse meglio di tante biografie ufficiali, di tanti elenchi di opere, di premi, di incarichi. Racconta un uomo che ha saputo essere grande nel suo mestiere senza smettere di essere accessibile nella vita. Un padre che ha saputo essere guida senza diventare ombra.
Ci sono parole che da bambini scriviamo senza difese, senza strategia, senza voler impressionare nessuno. Sono le più vere. Mio padre lo aveva capito. Per questo le ha custodite.
Ritrovandole, ho avuto la netta sensazione che quel cerchio si fosse chiuso con una grazia semplice, quella delle cose autentiche, dette una sola volta, ma capaci di restare per sempre.

