di Massimo Reina
Vito custodiva qualcosa che nessun altro nella cava conosceva. Nei frammenti che raccoglieva, a volte trovava forme che gli altri non vedevano.
Un pezzo che sembrava un cavallo, un altro che assomigliava al profilo di sua sorella.
Li nascondeva in una piccola grotta che aveva scoperto, lontano dagli occhi dei grandi.
Era il suo tesoro, la sua piccola ribellione contro un mondo che voleva trasformarlo in uno strumento. La sera, quando il sole moriva dietro le colline e c’era da fare qualche turno extra, perché i lividdari volevano finire un blocco perché un committente di Catania aveva fretta, o semplicemente perché la miseria non dorme mai, Vito non tornava su con gli altri.
Si sedeva sul bordo esterno della cava, là dove formava una specie di balcone naturale, e guardava in alto.
Non poteva vedere il paese da quel punto, Melilli stava sopra la collina, e la Pirrera era scavata in basso, dentro la pancia della terra.
Ma poteva vedere il cielo. E il cielo, da lì era diverso. Era come osservare il mondo da dentro un pozzo profondo venticinque metri.
Le stelle non erano sparse come quando le guardi dalla superficie, erano concentrate in un cerchio perfetto sopra la sua testa, un portale luminoso che sembrava un’altra cava scavata nel nero della notte.
A Vito ricordavano le luci del suo quartiere, che si accendevano una per una nelle case dove altri bambini, più fortunati, mangiavano la cena e ascoltavano le storie.
Lui masticava il pane duro che sua madre gli aveva dato al mattino e si raccontava le sue storie. Quelle dei pezzi di pietra che sembravano cavalli e che, nei suoi sogni, lo portavano lontano.
Piccole GRANDI donne
Nella pancia della Pirrera Sant’Antonio non si nasceva, ma si cresceva presto.
E Vito cresceva ogni giorno, un frammento alla volta, una cesta alla volta, un sogno nascosto alla volta. Intorno a lui, altre figure a spaccarsi la schiena.
Le donne.
Non parlavano molto. Avevano il volto duro, scolpito da una pazienza ferrosa, e lo sguardo che andava sempre oltre, come se vedessero qualcosa in fondo al mondo. Il loro compito, come quello di alcuni bambini, era portare l’acqua.
Sembra poco, ma non lo era. L’acqua era vita, calce, sollievo. Senza, i cugni si seccavano.
Gli uomini si seccavano.
Andavano a prenderla alla Cantra, la fiumara. Una lingua d’acqua limacciosa, tra le pietre e i fichi d’India.
Ci arrivavano a piedi, con i recipienti appesi a bastoni di legno che poggiavano sulle spalle, o gli otri in terracotta tenuti sopra la testa.
Il legno sfregava sulla pelle e lasciava segni. Segni che, col tempo, non andavano più via. Eppure andavano.
Sempre.
Con la stessa costanza di una processione, come api in un alveare troppo pieno.

L’acqua aveva un odore. Non era mai solo acqua, non lo è mai stata.
Portava con sé ferro e terra bagnata, come se sgorgasse direttamente dalle viscere dei monti.
A volte sapeva di pietra levigata, un sapore minerale che ti restava sulla lingua anche dopo aver bevuto, altre volte aveva il gusto della pioggia che stava per venire, di quella pioggia che si annuncia da giorni e rimane sospesa sopra le colline come una promessa.
Tornavano sempre cariche, le donne.
Con il passo largo e l’anca piegata, come se il corpo fosse una bilancia antica fatta per reggere tutto: i secchi, i fratelli più piccoli, le famiglie intere.
E nessuno fiatava.
Era legge non scritta: lamentarsi non serviva a nulla, e non portava acqua.
“Ma certi cosi si scoprinu sulu cu’ pacenzia… nun ti scurdari”: il racconto prosegue quindi la prossima settimana nel quinto episodio di Cunta la Cava.
Episodi precedenti di Cunta la Cava:
Se vi siete persi tra i sussurri del vento e le pietre antiche, non temete: tutti i racconti passati che compongono la serie Cunta la Cava potete trovarli elecanti qui di seguito:
NOTA D’AUTORE
I racconti della serie Cunta la Cava sono opere di narrativa ispirate a luoghi e tradizioni reali. Eventuali riferimenti a persone viventi o defunte sono da considerarsi puramente casuali. Le vicende narrate non costituiscono una ricostruzione storica, ma una rielaborazione letteraria volta a evocare atmosfere, suggestioni e memorie popolari, con l’unico intento di conservarne e tramandarne il valore culturale.

