di Massimo Reina
C’è un suono che non si sente più, ma che qualcuno ricorda. Non è quello del traffico o delle televisioni accese. È il colpo secco del piccone sulla pietra viva, la musica faticosa di uomini chini che cavavano il tufo con gesti antichi, precisi, tramandati come una preghiera.
Antonino Milardo, 95 anni, è l’ultimo testimone di quel mondo. L’ultimo a portare nel respiro la polvere delle cave, nei calli delle mani la mappa di un mestiere scomparso, e negli occhi quella luce opaca che solo chi ha vissuto sotto terra può raccontare davvero.
Un archivio vivente
Antonino si potrebbe definire quasi come un archivio “vivente”, che non sta negli scaffali ma cammina, parla piano e “scolpisce” le parole come scolpiva la roccia col suo piccone. Antonino racconta ad esempio di quando la cava era piena di voci, risate, preghiere e canzoni antiche. Di quando si portavano le pietre con i carretti a mano, sudati e sporchi ma fieri, perché quella pietra avrebbe costruito case, chiese, piazze, e dato da mangiare alle famiglie.
Racconta delle donne che aspettavano fuori, con gli occhi stretti dal sole e la pazienza cucita addosso. E dei bambini, anche loro a lavoro, piccoli operai cresciuti troppo in fretta: chi raccoglieva le pietre da terra – i cufuneddi spetrari – chi portava l’acqua o il cibo ai più grandi. E quando Antonino parla della cava, qualcosa cambia. La voce si fa più ferma, lo sguardo si illumina. È come se il tempo si piegasse, come se la roccia tornasse viva sotto i colpi di mani ormai invisibili. In quegli occhi, brillano secoli di memoria e silenzio, come stelle nella notte della storia.
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