Pino Valenti, per i 600 anni dal ritrovamento del Simulacro di San Sebastiano, nel 2014, donò alla Basilica di San Sebastiano l’opera “IL MIRACOLO DELLO STENTINO” con la seguente dedicatoria:
A Te che da lungo tempo hai insegnato alla nostra famiglia la custodia dell’Amore, devoti da sempre, doniamo questa mia opera, frutto di quella “appassionata dedizione” alla ricerca di “nuove epifanie della bellezza per farne dono al mondo” e a Te, Esempio di Fortezza, Coerenza e Obbedienza a Dio.
Sub Tutela Dei
Non potevo tenere l’anima chiusa a un evento che è connesso alla storia civile e religiosa della nostra città e che rappresenta la memoria storica e spirituale di noi Melillesi. L’opera è contenuta dalla prospettiva accidentale con il metodo dei raggi visivi, per creare una sintesi dell’avvenimento, evitando la didascalia e l’illustrazione pittorica a vantaggio, piuttosto, della maniera filmica.
La cassa gettata dalle onde è sorretta dalle trame di corde e di mani dei nostri antenati, non per provare un coefficiente di costrizione o compressione di leve su peso e massa, ma sottoposte a un peso e a una resistenza diversi, che, sfidando le logiche della fisica, sono determinati dalla prima delle virtù teologali: la Fede. E solo la Fede sollevò la cassa. Erano contadini, pastori, artigiani, pescatori, marinai, donne e bambini accorsi in massa.
Al centro si apre un flash-forward che indica l’evento che dal presente narrativo proietta lo sviluppo futuro degli eventi. Anche oggi la statua la si prende dal suo percolo, la si abbraccia, la si carica sulle spalle per collocarla nella nicchia della macchinetta, con la corale ovazione e le conclamate invocazioni di tutti. Un velo-sipario lentamente la cela alla vista dei fedeli, interrompendo l’émpito con il silenzio che segue alla pausa visiva, per riaccendere l’ansia del nuovo incontro con il Santo al riaprirsi del velo, più carichi di Fede e certezze, più carichi di Speranza. Un uomo grida “e chiamamulu ca è paisanu”. Nato in Francia, da genitori milanesi, Sebastiano ci appartiene comunque, perché a noi sono approdate le sue vestigia ed egli si è misteriosamente rivelato a noi. Accanto, il lebbroso Pannisca invoca la guarigione, mentre affiora tra i nembi un occhiello visivo di Zoe, la muta delle prigioni romane che ebbe il miracolo della parola: un puttino le leva l’allegorica benda che le serrava la bocca. Ecco i miracoli, segno di Carità. La sequenza pittorica prosegue in verticale con la processione dei sacerdoti che, con in testa il Vescovo del tempo, De Erbes, va verso Melilli con la cassa sulle spalle; seguono, fra essi, anche due Carmelitani, ordine divenuto dotto nelle Università e tra il popolo e che acquisì grande forza nel Medioevo. Essi muovono dal limitare di un ceppo che reca l’incisione: oppidum Melillis, allora guarnigione spagnola, sotto la reggenza di Diego Sandonal (squallida avventura politica che rese la costa di Augusta, il Trogilo e l’isola di Tapsos prede di pirati e di flotte ottomane (la stessa torre di Augusta fu messa a ferro e fuoco). Il ceppo reca anche un’iscrizione immaginaria e occasionale per un ipotetico avventore: “adì 1 de magio 1414”. Un soldato spagnolo si accoda, forse pensando: “quiero ver: estoye un santo!”.
Il ceppo indica la distribuzione policentrica dell’urbanistica medievale: vie per i carri e i muli, strade tracciate a piedi, con le zappe e trazzere inconsapevolmente scavate dal passaggio ostinato di muli e pecore.
In alto lo stacco cromatico tra la terra e la sua atmosfera celeste e il cielo al di là del cobalto, quello non visibile all’occhio e all’esperienza terrena, quello lontano dai respiri umani, forse l’iperuranio platonico che si fa cielo teologico: il blu ftalo che adopero di solito per collocarvi simbolicamente il Locus divino. Questo squarcio ospita la gloria del Santo, adesso attorniato unicamente da putti in festa.
La dimensione della festa per la gloria è affidata ai fanciulli, sin dalla loro prima apparizione nella folla assemblata intorno al ritrovamento della cassa. Uno di essi reca un geranio, un altro osserva con innocente stupore l’evento. Ma in alto è pura gloria. Due putti sfilano la freccia dal fianco destro. Adesso il dolore terreno è cancellato. Uno reca la corona simbolo del martirio. Altri stendono, nella nebulosa evanescenza che segna il passaggio al cielo luminoso della gloria, il nastro rosso.
E’ qui, in alto, che si conclude la rappresentazione del flusso narrativo che traccia il suo senso nel processo interpretativo proprio della dimensione teologica. In questo senso l’hortus visivo non può delinearsi da sinistra a destra o viceversa, perché la storia terrena contiene il flusso storico infinito delle alterne vicende che non consentono di rintracciare la Verità (così come poteva accadere nel mito pagano), ma lungo l’asse verticale del dipinto (dal ritrovamento della cassa alla gloria del Santo). Il flusso impone di rintracciare il senso della storia dentro il rapporto creature-creatore-creature, secondo quel concetto di partecipazione al Divino così ben delineato dal neoplatonismo, prima, da Sant’Agostino, poi: emanatio (Dio che illumina e rende partecipi), conversio (le creature che rispondono e rendono grazie, rin-graziando) e remeatio (il necessario e misterioso ritorno all’Uno, a Dio, ben rappresentato dall’esperienza del martirio dei Santi).
Verso il cielo blu ftalo, nel luogo remoto dove immaginiamo possibile la dimora eterna delle nostre anime, ci conduce la narrazione pittorica…Oltre non sappiamo…ma questa è un’altra storia!
Pino Valenti da Melilli

