di Alessandro Valenti
Ci sono fotografie che non mostrano soltanto un istante, ma il suono che quel momento aveva. Questa foto che vi proponiamo viene dalla storica sede RAI di via Cerda a Palermo, un luogo che oggi non c’è più e che pure continua a vivere nella memoria di chi lo ha attraversato. Un edificio che, più che un centro di produzione, era un organismo pulsante, fatto di professionalità, complicità e un’idea artigiana della televisione che oggi sembra lontana come un’altra latitudine.
Siamo nella sala regia dello studio. Una luce calda tipica degli scatti di quei tempi, attraversata dal bagliore dei monitor CRT impilati a parete, come una costellazione di tubi catodici pronta a vegliare sulla messa in onda. Sotto gli schermi, le apparecchiature analogiche, il controllo video, il mixer, il telefono beige che teneva insieme comunicazione e tensione operativa. E lì, sulla destra del banco banco regia, una titolatrice Aston, l’oggetto che trasformava la grafica in presenza, la scrittura in televisione.
Una macchina che non era solo tecnologia, ma gesto. Ogni titolo, ogni cartello, ogni sovrimpressione nasceva dalle dita di chi la manovrava. Ancora oggi, nei copioni dei telegiornali si continua a scrivere “Aston” per indicare un titolo in sovrimpressione. È un retaggio linguistico che resiste al tempo, come resiste la sigla “RVM”, acronimo di “Registrazione Video Magnetica” (su nastro magnetico, quindi), che indica il servizio o il contributo video da mandare in onda. Oggi non c’è più nulla su nastro, tutto è file, tutto è digitale, ma quelle sigle restano. Sono le ultime parole vive di un’era analogica che continua a parlare dentro la televisione contemporanea.
Seduto al banco regia c’è Pino Valenti.
Intorno a lui tutto sembra costruito per dialogare con la sua visione: gli strumenti, i tempi serrati, il modo di intendere la produzione televisiva come una forma d’arte che vive di precise alchimie.
Accanto a lui siede, con una grazia senza tempo, Anna Maria Gambineri. Non è solo un volto noto. È un simbolo. Era una delle “signorine buonasera” più amate, annunciatrice dal timbro delicato e dalla presenza che sapeva tenere insieme autorevolezza e leggerezza. In quel periodo si trovava a Palermo per registrare una serie di annunci per alcuni speciali televisivi.
Ma in questa immagine porta con sé molto di più: porta la ritualità della televisione di quel tempo, quel modo tutto italiano di costruire un rapporto caldo e familiare con il pubblico, una figura capace di scandire la giornata degli spettatori con un sorriso e poche parole precise.
Alle loro spalle, la squadra dei tecnici: il fonico Saro Cordaro, gli operatori Nicola Bressi e Marco Sacchi (uno dei primi operatori ad arrivare a Capaci il 23 Maggio 1992, scomparso nel Maggio del 2016 a seguito di un tragico incidente stradale) e gli altri professionisti che facevano funzionare la macchina produttiva. Hanno posizioni informali, posture da pausa tra un controllo e l’altro. Ma dietro quelle espressioni rilassate vive un sistema di tempi millimetrici, di decisioni rapide, di conoscenza profonda del mezzo, di problemi e soluzioni immediate.
Via Cerda aveva un solo studio. Uno soltanto. Era dedicato al telegiornale regionale. Ogni produzione extra viveva dentro una sorta di coreografia serrata: si smontava parte della scenografia del Tg, si montava quella nuova, si piazzavano le camere, si girava, si smontava tutto di nuovo. Alle 14.30 il telegiornale doveva andare in onda come se nessuno avesse toccato nulla. Poi si ricominciava da capo: smontaggio, allestimento e ripristino prima dell’edizione serale delle 19.30. Era una danza invisibile, precisa, quasi sacra, in cui ogni secondo contava e ogni gesto aveva un peso. Eppure, da quella strettoia nasceva la creatività, da quei tempi quasi “impossibili” nascevano trasmissioni, riduzioni televisive, intrattenimento.
Da quei vincoli prendeva forma la televisione che oggi ricordiamo come un’epoca d’oro. Non c’era automatismo, non c’era routine. C’erano mani che lavoravano, menti che improvvisavano soluzioni, collaborazione di tutti i reparti, un modo di fare televisione che aveva il coraggio della concretezza e la delicatezza dell’immaginazione.
Questa foto non è un semplice ricordo. È una porta. Mostra il metodo, la densità umana e professionale, la qualità nascosta che alimentava ogni produzione. Ricorda che il patrimonio della Fondazione non vive solo nelle opere materiali, ma nei gesti, nei ritmi, nelle persone che hanno abitato luoghi come questo.
Via Cerda non esiste più, la sede Rai di Palermo, oggi, si trova in Viale Strasburgo, ma questa immagine la riporta in vita, come se quel banco regia, quei monitor e quei volti stessero ancora respirando la stessa aria.
Basta guardarla con attenzione per sentire, ancora una volta, il suono della televisione quando era un mestiere fatto di cuore e precisione.

